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 2017  giugno 16 Venerdì calendario

Perché Gentiloni può essere l’uomo nuovo del centrosinistra

Non stupisce che sulla manovra economica il “gruppo Pisapia” abbia votato al Senato in ordine sparso, senza una disciplina interna. Il “Campo progressista” non è un partito, per ora è più che altro una specie di laboratorio politico. Vuol dire che su parecchi temi, non solo sui “vouchers” la divisione è inevitabile. Ce ne saranno altre. Ciò nonostante il gruppo si è guadagnato uno spazio, giusto al crocevia che deciderà il futuro del centrosinistra. Renzi lo ha capito soprattutto dopo il non felice primo atto delle comunali.
Ma siamo solo alle premesse di una partita che si annuncia complicata. In sostanza, Renzi ha bisogno di Pisapia perché rappresenta, anche sul piano simbolico, una proiezione che va al di là del Partito Democratico in un momento di evidente difficoltà del progetto originario tutto centrato sul leader. Viceversa Pisapia e i suoi hanno necessità di collocarsi nel centrosinistra per non tradire la loro identità, ma non necessariamente hanno bisogno di Renzi. Anzi, a ben vedere il piano del “grande centrosinistra”, nella loro ottica, si svilupperebbe meglio senza il marchio della leadership renziana. In altri termini, senza l’intreccio delle cariche segreteria del partito e presidenza del Consiglio – nelle mani di una sola persona.
Al netto della propaganda e dei tatticismi, è dunque questo il nocciolo del problema. Renzi vorrebbe acquisire Pisapia e la sua pattuglia attraverso una forma di annessione al Pd, da cui deriverebbero un certo numero di mandati parlamentari. E naturalmente la pressione è sul piccolo nucleo del “Campo progressista”, non certo sull’insieme degli scissionisti di Art.1-Mdp bollati come “dalemiani”. Invece l’ex sindaco milanese vuole un’altra cosa: creare, all’interno del sistema proporzionale, una coalizione fra il Pd e quello che esiste alla sinistra del partito renziano. Una coalizione che come tale dovrebbe presentarsi agli italiani con un nuovo simbolo, così da accreditare l’idea che sta nascendo un soggetto aperto e ambizioso. Un “grande centrosinistra”, appunto. Forse più sinistra che centro: in fondo il successo imprevisto di Corbyn insegna qualcosa a chi è affezionato a una certa storia politica e sociale. E al tempo stesso rende più arduo il disegno liberal-democratico di Renzi.
Come si vede, la trattativa non è semplice. La stessa richiesta di Pisapia volta a scegliere il candidato premier attraverso “primarie di coalizione” ha un preciso significato. Non tanto perché il “Campo” ritenga di poter vincere, quanto perché in tale modo si accredita come partner del Pd. Un partner alla pari. È chiaro peraltro che accettare il punto di vista di Pisapia, con il quale i rapporti personali sono abbastanza cordiali, significa per Renzi modificare alla radice il suo discorso pubblico, la sua stessa retorica. Ed è qui che entra in scena Romano Prodi. Il professore bolognese si definisce con civetteria “un pensionato” e ufficialmente non si fa coinvolgere più di tanto nella tentazione neo-ulivista coltivata da Pisapia. Eppure è lui il regista che dietro le quinte tesse la tela. Ha contatti frequenti quanto riservati con il “Campo”, con gli scissionisti e con lo stesso Renzi. Sapremo presto con quali risultati. Si può immaginare che la soluzione A, vagheggiata dal segretario del Pd, non sia praticabile. La mera annessione della sinistra “ulivista” non ci sarà. Qualunque intesa fra Renzi e Pisapia dovrà passare attraverso il riconoscimento che il centrosinistra è una coalizione: c’è il Pd, c’è il “Campo” e ci sono anche le altre sigle della diaspora che decideranno di unirsi (non tutte lo faranno). Ma se il centrosinistra è una coalizione, viene meno il “partito personale” costruito intorno al leader. Renzi resta ovviamente segretario del Pd, ma diventa irrealistica la sua candidatura a Palazzo Chigi. Infatti esiste già l’uomo con le caratteristiche adatte a interpretare quel ruolo. È Paolo Gentiloni. Inclusivo dove Renzi è divisivo, adatto a negoziare con l’Europa laddove Renzi tende a battere i pugni sul tavolo. Per uno degli strani casi della vita, Gentiloni sarebbe l’uomo della “discontinuità”. Per qualcuno il più adatto a guidare da Palazzo Chigi un governo in cui il centrosinistra fosse preponderante.