La Stampa, 16 giugno 2017
Premiare il merito, non chi va in B. Il calcio italiano impari l’inglese
Siamo seri, diciamoci la verità. Sono anni che raccontiamo al mondo che il nostro campionato di serie A è il più bello, interessante e difficile che ci sia. La realtà è un’altra. Amara. La storia di questi giorni infuocati di polemiche per quanto riguarda i diritti televisivi, ci racconta di un sistema calcio pieno di problemi, dove la differenza fra la prima squadra e l’ultima sono 81 milioni di euro, dove i bonus sono sempre a favore delle grandi, dove funziona una sorta di mutualità per le retrocesse che, secondo il mio umile parere, non dovrebbe esistere. Se diamo un’occhiata a quanto accade nella Premier League, notiamo che la ripartizione dei diritti tv e degli altri ricavi collettivi è più equa. Infatti, il rapporto fra il primo e l’ultimo è di 1,52 a 1, mentre nella Serie A italiana è pari a 4,26 volte. Nella Premier League, i diritti nazionali ed internazionali e i ricavi commerciali vengono divisi al 50 per cento fra i club garantendo circa 51,500 milioni di sterline all’anno ad ogni club permettendo loro di poter contare su di una forte base economica. Un altro 25 per cento denominato “Facility Fee” viene assegnato a seconda delle volte che la partita del club viene trasmessa in tv. Infine c’è un 25 per cento a seconda del piazzamento in classifica alla fine del torneo. Questo bonus è chiamato “Merit Fee” e corrisponde a circa 1,24 milioni di sterline per ogni posizione occupata.
Considero che la distribuzione inglese delle risorse, avendo controllato anche gli altri campionati, sia la più equa. Naturalmente, non sono un esperto di finanza, ma questo momento di impasse merita sicuramente una accurata riflessione sul da farsi. Forse, abbiamo sbagliato nelle valutazioni per quanto riguarda la qualità e la credibilità del nostro calcio, visto che il mercato televisivo ci dice proprio questo. Dovremmo chiederci perché i grandi campioni preferiscono giocare in altri campionati, perché gli stadi si svuotano, se questo calcio così diluito non è più un Evento, ma un’abitudine fiacca che conduce alla noia. Al disincanto. Ecco: bisogna costruire stadi nuovi, che possano far crescere le entrate, far sentire i tifosi a casa propria, educarli ad un rapporto diverso con lo sport che deve essere di gioia e non di lotta, violenza e conflittualità.
Per quanto riguarda il famoso paracadute, credo che sia più logico dare ai club la possibilità di gestire più introiti in serie A che aiutarli dopo la retrocessione. Così facendo si penalizzano le altre squadre della serie cadetta che puntano a salire di rango avendo a disposizione budget inferiori. Ho letto un’intervista di Urbano Cairo, che dice che bisogna cambiare le regole, che il nostro calcio vale molto di più non solo di quello che ci è stato offerto ma anche di quello che già percepivamo e che la Lega potrebbe addirittura pensare di farsi un proprio canale. Sono d’accordo con Cairo, ma sbrighiamoci. Muoviamoci in fretta perché potrebbe essere troppo tardi.
Ps: Caro Urbano Cairo, hai già compiuto due autentici miracoli con La7 e Rcs-Corriere della Sera, chissà che non possa riuscirti anche il terzo. Dai, provaci tu Urbano!