Corriere della Sera, 16 giugno 2017
«Indagato». Il cerchio si stringe su Trump
WASHINGTON Un altro passo verso la Casa Bianca. Il procuratore speciale Robert Mueller ha di fatto sdoppiato il «Russiagate». Donald Trump, adesso, rischia due volte. Prima insidia: continuano le indagini sulle interferenze di Mosca nella campagna elettorale americana e sui contatti tra lo staff di Trump e i funzionari del Cremlino. Secondo e ancora più insidioso pericolo: il super inquisitore sospetta che il presidente abbia «ostruito la giustizia», un’accusa che aprirebbe la strada dell’impeachment. La reazione di Trump, via Twitter: «Prima hanno costruito una storia falsa sulla collusione con la Russia, basata su zero prove. Ora provano con un’altra falsità, l’ostruzione della giustizia. Bravi. Caccia alle streghe».
Lunedì scorso, come ha scritto il Washington Post, Mueller avrebbe chiesto un incontro a due figure chiave dei servizi segreti. Sono Dan Coats, direttore del National Intelligence, e Mike Rogers, numero uno della National Security Agency. I due avrebbero offerto piena disponibilità. Mueller prende le mosse dalla deposizione di James Comey, l’8 giugno scorso, davanti alla commissione Intelligence del Senato. L’ex direttore dell’Fbi descrisse, sotto giuramento, le manovre di Trump per insabbiare l’inchiesta sulla Russia. In particolare Comey si soffermò sul colloquio nello Studio Ovale, del 14 febbraio scorso. Il presidente gli chiese di «lasciar andare» Michael Flynn, investito in pieno dagli accertamenti, tanto che si era dimesso il giorno prima dalla carica di consigliere per la Sicurezza nazionale. Comey non diede garanzie su Flynn. Trump lo licenziò in tronco il 9 maggio. Ora viene fuori che in due circostanze, il 20 marzo alla Casa Bianca e poi il 22 per telefono, il presidente sollecitò Coats e Rogers a convincere il collega dell’Fbi a fermarsi. Ma nessuno dei due diede seguito alla richiesta.
Mueller sta mettendo ordine in questa serie di episodi, cercando altri riscontri all’accusa principale di Comey: Trump voleva affossare il «Russiagate». Le conclusioni del super procuratore approderanno poi al Congresso, dove per altro andrà avanti, fino alla pausa di agosto, il lavoro di inchiesta avviato da diverse Commissioni. Ma anche da Capitol Hill arrivano segnali poco rassicuranti per la Casa Bianca. Ieri il Senato ha votato quasi all’unanimità, 96 a favore e due contrari, ulteriori sanzioni contro la Russia. Mosca è accusata di aver interferito nelle elezioni americane e di sostenere il regime criminale di Assad in Siria. Mercoledì era passato un emendamento dal valore politico inequivocabile: la competenza sulle misure restrittive nei confronti del Cremlino spetta solo al Congresso; il presidente non potrà intervenire. La portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, ha commentato: «Non servono nuove sanzioni». Trump aveva provato a bloccare questa decisione. Martedì aveva invitato a pranzo 15 senatori. Solo uno, però, ha raccolto l’invito, votando contro: Mike Lee, dello Utah.
Il Senato ha deciso di punire anche l’Iran perché continua a eseguire test missilistici considerati una minaccia per la sicurezza internazionale.