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 2017  giugno 16 Venerdì calendario

Chi bobo e chi no

Ieri mattina, tra i banchi di un mercatino di Parigi, si è ulteriormente scolorita la distinzione tra destra e sinistra, surclassata dalla vera dicotomia del nostro tempo: chiusura-apertura. La ex portavoce di Sarkozy, esponente di quella che un tempo avremmo chiamato destra moderata, è stata aggredita da un tizio malmostoso sulla cinquantina che le ha tolto di mano i volantini elettorali e glieli ha sbattuti in faccia, forse cercando di colpirla con un pugno e di sicuro gridandole addosso: «bobo de merde». L’ultima parolina non ha bisogno di traduzione e in Francia vanta anche una nobile tradizione. Invece «bobo» sta per bourgeois-bohème, borghese alternativo. Noi diremmo «radical-chic». La destinataria dell’epiteto, svenuta per lo spavento e ricoverata in ospedale dopo avere sbattuto la testa sul selciato, si chiama Nathalie Kosciusko-Morizet e vanta nobili ascendenze che arrivano fino a Lucrezia Borgia. NKM – evocata con le iniziali come capita soltanto alle persone famose e ai possessori di cognomi complessi – è stata ministra dell’Ecologia, ha osteggiato i suv e gli ogm e imposto il cibo biologico nelle mense pubbliche. Suona l’arpa e colleziona uccelli impagliati. Ma a differenza di Jo Cox, la parlamentare laburista uccisa da un fanatico pro Brexit, è iscritta a un partito della destra, sia pure moderata. Il suo aggressore, forse un elettore di Marine Le Pen o semplicemente un uomo che si sente escluso dalla festa a inviti della modernità, ha dunque dato della radical-chic a una politica che in Italia siederebbe tra Mara Carfagna e Beatrice Lorenzin. 
U na che in Germania voterebbe a occhi chiusi Angela Merkel. Ma per quella parte crescente di opinione pubblica che ha i figli disoccupati ancora in casa, e sotto casa un kebab dove prima c’era una panetteria, le vecchie categorie sono esercizi verbali anacronistici. A fare la differenza è l’atteggiamento verso il nuovo che incute paura: migrazioni di massa, startup tecnologiche, moneta unica, capitali stranieri. Se sei a favore o comunque non pregiudizialmente contrario, allora ti prendi in faccia del «bobo de merde». Anche De Gasperi oggi lo sarebbe. Anche Kohl, anche Nixon. Forse persino Reagan. 
Il partito della chiusura è forte in provincia, dove sopravvive la tradizione, e in periferia, dove si sta peggio. Quando ti senti male, non hai voglia di invitare sconosciuti a casa tua. Ti rinserri nei pregiudizi, che per te rappresentano dei valori, e tiri su il ponte levatoio. Invece il partito dell’apertura è maggioritario nelle grandi città, dove il cambiamento arriva prima, e si considera dalla parte del giusto o forse dell’ineluttabile. L’episodio di Parigi conferma che per farne parte conta sempre meno l’ideologia e sempre più l’appartenenza alla classe dirigente, non disgiunta da un certo grado di benessere economico che ti consenta di guardare al nuovo con distaccata curiosità. Il partito della chiusura è pieno di rabbia perché si sente tradito e giudicato. Trattato come un bifolco senza cuore. Reagisce appiccicando l’etichetta di «buonista» a chi dall’alto di una posizione sociale favorevole sembra interessarsi più al gay discriminato, al migrante disperato e al vegano ossessionato che al ceto piccolo borghese che l’alta marea della globalizzazione ha spinto contro gli scogli della povertà. In fondo, questo piccolo borghese chiede soltanto di essere compatito e aiutato. Vorrebbe che gli altri si occupassero di lui e invece di lui si occupano soltanto per deriderlo. 
Entrambi i partiti si ritengono antropologicamente diversi, e l’uno superiore all’altro. Se si parlassero scoprirebbero di non avere amici in comune, ma magari qualche nemico: la burocrazia ottusa, il capitalismo finanziario che pensa più a distribuire utili che a fare investimenti. Ma non ci riescono e anche ieri hanno dato spettacolo della loro incomunicabilità a Parigi come a Roma, nell’aula un tempo compassata del Senato. Durante il parapiglia per la legge sullo ius soli, che il partito degli aperti considera una bandiera e quello dei chiusi una iattura, la cavalleria leghista ha travolto la ministra Fedeli, schiacciandola contro il banco del governo e mandandola in infermeria con qualche osso contuso. Si potrebbe concludere che, in questo scontro tra titani di latta, a finirci di mezzo sono sempre le donne. Se non fosse che, già solo nel dirlo, si passa immediatamente per «bobo de merde».