Sette, 15 giugno 2017
Contro il fumo siamo soli?
SMETTERE DI FUMARE DA SOLI, senza aiuti medici, psicologici o farmaceutici, non è facile. Nel 2014 ci ha provato il 28,4% dei fumatori: fra quelli che hanno fallito, il 75% faceva da sé. Per l’Istituto Superiore di Sanità, ogni anno solo una quota fra lo 0,5% e il 5% dei fumatori riesce a smettere senza aiuti. Un supporto farmacologico aumenta del 113,5% le possibilità di smettere; la terapia di gruppo le aumenta del 98%.
EPPURE IN ITALIA GLI EX FUMATORI sono (dati Istat) 12,5 milioni: qualcuno ce l’avrà pur fatta da solo. Buttare la sigaretta, però, è giudicata dai più un’impresa improba: dalla Coscienza di Zeno a Google (che dà 469 mila risultati a “come smettere di fumare”) non c’è nessuno che dica a un fumatore “ce la puoi fare”. Allo stesso tempo, viceversa, ottenere gli aiuti tanto utili per smettere – psicoterapia, gruppi di supporto, terapie sostitutive, farmaci – non è immediato, né gratuito. Perché?
IN ITALIA DA OTTO ANNI il numero dei fumatori ha smesso di scendere: si tiene il vizio il 22% degli italiani, nonostante divieti sempre più aspri e pacchetti di sigarette sempre più funebri (dal 2016 recano, per legge, immagini dei danni del fumo). Me compresa: ora però voglio smettere.
Ho già tentato alcune volte. La prima riducendo gradualmente (metodo che funziona per almeno sei mesi solo nel 15,5% dei casi), la seconda di colpo, e la terza lasciando 50 euro a una “pranoterapeuta” che mi avrebbe tolto il vizio con l’imposizione delle mani. Il circuito delle cure “alternative” per il tabagismo è florido: per la rivista accademica Nicotine & Tobacco Research ci si rivolge il 27% dei fumatori intenzionati a smettere, con ipnosi (13%), tecniche di rilassamento (10%), agopuntura (6%), persino tè verde (forse perché sa di sigaretta anche lui?). Secondo un rapporto recente dell’Istituto Superiore di Sanità i primi tentativi hanno l’80% di possibilità di fallire, e quello buono è il quarto.
DUNQUE ECCOMI QUI, intenzionata a non sprecare il mio. Non fumo da 10 giorni. Chiamo il numero verde 800.554.008, che dallo scorso anno è su tutti i pacchetti: per questo, negli ultimi 12 mesi, le chiamate sono quintuplicate. E gli operatori in tutta Italia sono quattro. Mi risponde una di loro: spiego che ho smesso ma provo difficoltà e ansia. «Perché non va in palestra?». Prego? «Un’ora al giorno, così si sfoga». Tutto qui? No. Mi dà una lista di tre centri antifumo a Milano. Ne chiamo uno: risponde Medicina d’Urgenza, poi mi rinviano a Pneumologia, poi mi spiegano che il referente non c’è più e che se voglio farmaci devo prenotare una visita dal pneumologo, attesa: un mese. Confusa, riattacco.
«COORDINIAMO NOI I CENTRI ANTIFUMO», mi spiega Roberta Paci ci, direttore generale del centro dipendenze dell’Istituto Superiore di Sanità. «Ma lo Stato non li riconosce, né li nanzia. Molti, quando il responsabile va in pensione, chiudono, perché non esiste un bando per sostituirlo. Mancano i fondi. Eppure un aiuto medico è fondamentale per smettere». I centri antifumo sono 363 in tutta Italia, e nel 2015 hanno preso in carico circa 15 mila pazienti.
I FARMACI NON SONO COMUNQUE MUTUABILI: il tabagismo non è riconosciuto come dipendenza. Faccio un giro in farmacia: 20 pastiglie da 2 mg di nicotina fanno 10 euro circa. Dovrei assumerne 12 al giorno per 2 mesi e poi ridurle per altri 2. Fa 450 euro (il doppio per chi ha una forte dipendenza). Farmaci a base di bupropione o vareneclina (ma sarà il medico a valutare se devo prenderli, dato che sono antidepressivi) costano anche di più: un ciclo del primo costa 126 euro circa, e le 12 settimane di trattamento medio del secondo farmaco sono 402 euro. Psicoterapia: i centri antifumo della Lega antitumori (58 in Italia, www.lilt.it) ne offrono individuali e di gruppo, per una donazione base di 150 euro. I non fumatori staranno pensando due cose: 1) Comunque meglio che spenderli in “bionde” (solo i non fumatori le chiamano “bionde”). 2) Perché le tue dipendenze dovremmo pagarle noi?
«LA LOTTA AL FUMO È UN DOVERE PER LA SOCIETÀ», risponde, indignata per l’obiezione, la direttrice della Fondazione Veronesi Monica Ramaioli. «Anche solo per i costi medici del tabacco». Cioè 80 mila decessi e 6,5 miliardi di euro l’anno. «Ma nelle istituzioni c’è molta paura di essere impopolari. L’anno scorso abbiamo chiesto ai sindaci di tutta Italia di aumentare le aree senza fumo nelle loro città: non ha aderito nessuno. E sa dove i fumatori stanno quasi scomparendo? In Paesi come l’Australia, dove un pacchetto costa 17 euro». Ma il tabacco è anche un’entrata per lo Stato. «E i bene ci economici di misure del genere si vedrebbero dopo anni, lasciando un deficit temporaneo per un lustro o due», continua amara Pacifici.
E io, intanto, che faccio? Lavoro sulla mia motivazione, come mi suggerisce l’iCoach della app QuantoFumi, sviluppata dal Ministero della Salute. Chissà perché, mi suona un po’ come “arrangiati”.