Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  giugno 15 Giovedì calendario

Perché Massimo Bossetti potrebbe essere innocente

Partiamo da un presupposto: il movente. A oggi, anche nella sentenza, si parla di un movente di natura sessuale seppur nessun segno di violenza sessuale sia stata trovata sul corpo di Yara Gambirasio. Massimo Bossetti è stato arrestato quattro anni dopo l’omicidio e si è riscontrato che mai aveva messo in atto alcun tipo di violenza in vita sua, tanto meno sessuale. Inoltre, non conosceva Yara né i parenti di Yara, mai l’aveva contattata sui social e mai era entrato in contattato con qualcuno di riferibile a Yara.
Quindi si accusa di un movente sessuale chi, a pane aver guardato qualche film hard e neppure di carattere pedopornografico, non ha mai mostrato di avere avuto, in più di 40 anni di vita, alcun atteggiamento censurabile.
Se ogni fruitore di siti hard (e non pedofili) fosse un potenziale omicida, avremmo più del 50 per cento della popolazione italiana «presunta colpevole».
Un altro elemento importante è la dinamica. Partiamo dall’assunto che Yara era una brava ragazzina, timida e riservata che giocava ancora con Hello Kitty e che mai si sarebbe avvicinata a uno sconosciuto e men che meno sarebbe salita su una macchina o furgone che sia. Ecco quindi che Ignoto Uno dovrebbe averla rapita con violenza e trascinata via, ma anche in questo caso sorgono due dubbi: il primo è come mai la Procura non parla mai di «sequestro di persona» e il secondo è come sia possibile che un uomo scenda dal furgone alle 18 e 30 davanti a molte persone (118 mila utenze diverse sono state intercettate tra le 18 e le 20 in quella zona) senza che qualcuno noti quanto meno una stranezza?
Dopo queste che considero «eccezioni» apparentemente formali e di buon senso, ho provato ad addentrarmi nei meandri della «prova regina» ossia del Dna.
In primo luogo, esiste un tema giuridico fondamentale: la difesa deve essere messa nella condizione di verificare e vedere le prove dell’accusa. Questo a Bossetti non è stato concesso per quanto riguarda il Dna di Ignoto Uno. Perché? A mio modesto modo di vedere, quest’atteggiamento rischia di violare il diritto di difesa e di creare un pericoloso precedente giuridico che potrebbe interessare ognuno.
Esiste un’altra domanda che immediatamente dopo mi sono fatto e la cui risposta mi ha messo ulteriormente in difficoltà. Quel Dna di Ignoto Uno non risulta essere completo in quanto contiene solo una parte, quella nucleare e non quella mitocondriale, e quindi mi chiedo se la comunità scientifica ritenga possibile che l’identificazione di una persona possa avvenire in queste condizioni? Ci viene in aiuto il verbale dell’udienza del 23 ottobre 2015 dove a pagina 22 il comandante Giampietro Lago dei Ris, qui interrogato come consulente, così si esprime: «Diciamo che prima che una risposta scientifica questo aggettivo merita una risposta, come dire, filosofica. Vado su Marte, trovo dei sassi a forma di piramide, non me li aspettavo e dico: è una cosa che non è possibile. Semplicemente perché la mia esperienza su questo pianeta è che i sassi siano tendenzialmente rotondi. In realtà potrebbe anche essere che sono stato particolarmente sfortunato, sono atterrato in un punto in cui solo in quel punto ci sono i sassi di quella forma; oppure posso fare uno studio su tutto quel pianeta e i sassi lì sono quasi tutti in quel modo. Non lo so».
Tale consulenza, ricordiamolo, ha condotto al risultato di individuare nella sua traccia migliore in studio oltre al Dna mitocondriale di Yara, sempre presente, un Dna mitocondriale di una persona rimasta ignota e comunque mai riconducibile a Bossetti tanto che anche il pubblico ministero conferma nella requisitoria finale come il Dna mitocondriale di Ignoto Uno sia diverso da quello di Bossetti: «Il Dna mitocondriale dell’imputato è certamente diverso dal mitocondriale delle tracce che erano state a suo tempo osservate, di cui ho parlato prima, ivi compresa la componente minoritaria. È certamente un Dna mitocondriale diverso».
Se questo non bastasse, a pagina 60 della sentenza la Corte di assise di Bergamo evidenzia l’errore del consulente del pubblico ministero professor Emiliano Giardina. «Al momento del confronto con il presunto profilo mitocondriale di Ignoto Uno ci si accorgeva che il professor Giardina stava confrontando i profili mitocondriali delle potenziali amanti di Giuseppe Guerinoni con quello di Yara» e conclude in nota la sentenza «...come non si sia accorto (o perché non gli sia stato segnalato) che si trattava del profilo mitocondriale di Yara resta un mistero».
In sintesi esiste solo la traccia di Dna nucleare, per l’accusa riconducibile a Bossetti, ma quella mitocondriale no o, quantomeno se c’è questa è riconducibile ad altri soggetti diversi dal muratore bergamasco.
Altra domanda a cui, per ora, nessuno ha dato risposta è quella se mai si siano ritrovate altre tracce di Dna di altri soggetti sul corpo di Yara. La risposta è sì e si tratta in tutto di sette reperti, di cui nulla è dato sapere. Si sa solamente che non corrispondono a Bossetti.
Il 2 aprile del 2011 invece è ritrovato sulla manica del giubbotto di Yara un profilo genotipo misto la cui componente era perfettamente sovrapponibile al profilo dell’istruttrice di ginnastica ritmica Silvia Brena.
In sentenza la non rilevanza della traccia di Dna afferibile a Silvia Brena è così espresso «dal suo stretto rapporto con la vittima». E questo riguarda soltanto il Dna.
Considerate poi che il famoso furgone bianco in sentenza si dice che è «compatibile» ma non «uguale» a quello di Bossetti. Prendete poi le celle telefoniche dove dalle 17 e 45 del giorno del rapimento di Yara il cellulare di Bossetti risulta essere spento e a casa sua.
Molti sono quindi i dubbi e, probabilmente, le contraddizioni tanto che anche Roberto Saviano pochi mesi or sono aveva dichiarato: «Il padre di Yara ha lavorato per la Lopav, un’azienda di proprietà dei figli di Pasquale Locatelli, superboss del narcotraffico, che aveva anche un appalto nel cantiere di Mapello. Inoltre, alla festa della Lopav parteciparono tre magistrati della procura di Bergamo» contesta ancora il giornalista. «Mi sembra inquietante che non si sia indagato in quella direzione. Anche perché tutti e tre i cani molecolari usati nelle indagini, sono andati tutti dalla palestra in cui si allenava Yara al cantiere. Spero che in Appello si approfondiscano queste piste».
Diciamo quindi che tutti noi speriamo che in Appello alcuni dubbi siano fugati e che si vada finalmente verso una sentenza che preveda, così come sancito dall’articolo 533 c.p.p. 1° comma che «il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio».
Quell’«oltre ogni ragionevole dubbio» di cui sentiamo tutti la necessità per assicurare alla giustizia il colpevole dell’omicidio di Yara.