Pagina99, 2 giugno 2017
Le mani dei big digitali sui cavi sottomarini
Poche settimane fa Google ha acceso i suoi server cuba: La compagnia è stata la prir. azienda hi-tech a mettere pie sul suolo di Cuba, dopo cì Obama, nel luglio del 201 aveva deciso di riaprire le rei zioni diplomatiche con lastoi ca nemica. Una rapida chiacchierata con la compagnia tele fonica locale Etecsa, a dicembre 20l6 e poi, a fine aprile scorso, i server sono stati accesi.
Un passo importante per i cubani, ma non ancora risolutive Cuba ha uno dei più bassi livelli di connettività al mondo. E Goo gle dovrà fare qualcosa di più pe i cubani: fare arrivare una con nessione stabile, potente e soste nibile. Per riuscire non basta ui data center: serve un’infrastruttura fisica dove far viaggiare le informazioni. Queste infrastrutture sono usualmente lunghissimi cavi sottomarini che de decenni vengono posati fra: continenti e che ormai hanne generato una gigantesca ragnatela sottomarina che potremmo chiamare Undemet. Un business che vede in prima fila i giganti di Internet.
La corsa a Undernet
Google è attiva in diversi progetti, uno dei quali interessa proprio l’America Latina. D’altronde, nel tempo in cui i big data sono l’oro digitale, le reti di connessione sono come gli oleodotti per il petrolio: canali il cui controllo garantisce non soltanto enormi ritorni e una sostanziale rendita di posizione, ma anche la libertà di espandere i propri servizi senza diventare ostaggio di coloro che posseggono e gestiscono le grandi linee di trasmissioni dati. E soprattutto strumenti di pressione politica.
Google finora è la compagnia Internet che più di tutte ha investito sulla posa di cavi sottomarini. E il perché l’ha spiegato Brian Quigley, direttore delle infrastrutture di rete, in un post pubblicato alcuni mesi fa sul blog aziendale. «La missione di Google è di connettere le persone alle informazioni globali con un’inffastruttura veloce e affidabile. Dai data center ai cavi sottomarini, siamo impegnati acostruire infrastrutture che raggiungano un numero di persone mai visto prima». In sostanza, il sogno dei googleiani è realizzare il sistema nervoso di Internet: una rete di oleodotti lungo la quale far scorrere il petrolio digitale che alimenta le loro fortune.
Autostrade sottomarine
L’ultimo grande progetto sviluppato da Google è stato annunciato poco più di un mese fa. Si chiama Indigo ed è un cavo gigantesco che si propone di collegare Singapore all’Australia, con un nodo anche a Giacarta e Taiwan, realizzato in consorzio con AARNet, Indosat Ooredoo, Singtel, SubPartners e Telstra e che dovrebbe essere acceso entro il primo trimestre del 2019Il cavo sarà lungo circa 9 mila chilometri per una capacità di 36 Terabyte per secondo (Tbps). Questi moderni petrolieri, infatti, sono avveduti abbastanza da capire che non possono farcela da soli né possono concedersi il lusso di essere schizzinosi quando devono tessere alleanze: posare un cavo sottomarino richiede enormi capitali e consenso politico. Per questo Google non ha avuto alcuna esitazione ad allearsi con Facebook, il suo principale concorrente nella costruzione di una egemonia sulla rete, e coi cinesi per costruire insieme ad altri partner il Pacific Light Cable
Network (Plcn) un cavo lungo quasi 13 mila chilometri che si propone di essere la prima autostrada sottomarina a collegare Hong Kong a Los Angeles. L’accensione di questo cavo è prevista per l’estate 2018, e non è certo un caso che questa infrastnittura sia statalanciata verso laCina. Le popolazioni asiatiche, così come quelle latino-americane, sono il target ideale ogni capitalista che offra servizi di massa.
Dati e velocità di banda
Nel frattempo ci sono cavi già attivi che portano il marchio Google. A maggio 2016 è stato annunciato Faster, un cavo da realizzare in collaborazione con China Mobile International, China Telecom Global, Global Transit, KDDI, SingTel costato 300 milioni di dollari, e lo stesso mese Facebooke Microsoft hanno annunciato che avrebbero posato insieme un cavo sotto l’Atlantico – chiamato Marea – capace di offrire una velocità di trasmissione di 160 Tbps. Questa mostruosa quantità di dati sembrerà esagerata, ma basta ricordare quanto Microsoft stia investendo sui servizi in cloud e sul mercato dei giochi online – con la sua X box – per capire che così non è. Quanto a Facebook, sta investendo massicciamente sui video, lo streaming e la realtà aumentata. La velocità di banda, insomma, non è mai troppa.
«I grandi content provider», ha spiegato in una recente intervista a Wircd Tim Stronge, vice-presidente di Telegeography, azienda di consulenza attiva nel settore dei cavi sottomarini, «hanno enormi e spesso imprevedibili bisogni di traffico fra i loro data center: per loro è più conveniente costruire i cavi che comprarli. Possedere la fibra dà anche la flessibilità di effettuare gli upgrade quando ne avvertono la necessità senza essere soggetti alle decisioni di terze parti». Ragioni tecniche ed economiche, insomma, sono alla base di queste decisioni. Faster si prevede diventerà operativo il prossimo mese, dopo 300 milioni di investimenti e 9 mila chilometri di cavi posati fra il Giappone e la costa occidentale degli Usa.
Gli altri progetti
Finora Google ha partecipato a sette progetti di cavi sottomarini, cinque dei quali in Asia. Il primo fu Unity, un cavo di 9-600 km fra Los Angeles e il Giappone. Il progetto più importante fuori dall’Asia è Cota (Cable of The Americas), annunciato nel 2014: un cavo da Boca Raton, in Florida fino a Fortalezae Santos, in Brasile, frutto della collaborazione dei californiani con Brazil’s Algar Telecom, Uruguay’s Antel e Angola Cables. Probabilmente la “fonte” alla quale si abbevererà anche Cuba.
Grande assente nei progetti di Google è l’Europa. Da un lato il Vecchio Continente è già molto connesso. Dall’altro, per i giganti di Internet – e non solo loro – il mercato da conquistare è l’Asia, q Non a caso Facebook, oltre che e su Marea, ha investito sull’Asia à Pacific Gateway, un cavo teso fra la Malesia, Singapore, Vietnam, Hong Kong, Taiwan, Cina, Giappone e Corea. Come detto, la stessa Microsoft, che dal 2014 ha investito in diversi progetti, con focus fra Usa, Canada e Uk, ora punta sull’Asia. Ultima in ordine d’arrivo è stata Amazon, che ha comprato una quota di capacità dell’Hawaiki submarine cable per migliorare la latenza nelle trasmissioni fra Australia e Usa e che dovrà attivarsi entro giugno 2018.
Nell’arco di pochi anni, insomma, c’è stata una sostanziale evoluzione nella geopolitica dei cavi sottomarini. I nuovi ricchi stanno lentamente conquistando spazio per creare e popolare i loro paradisi elettronici che ormai raccolgono miliardi di persone. Forse parlare della nascita di nazioni digitali è esagerato. Ma non così tanto. Forse è semplicemente prematuro.