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 2017  giugno 15 Giovedì calendario

Lady Di, i suoi ultimi giorni senza protezione

Nessun complotto. Nessun flash, nessun paparazzo o agente segreto sulla scena. Lady Diana muore in una disgrazia. Nel più banale degli incidenti stradali, come anticipato in esclusiva sul numero di Oggi di settimana scorsa. Jean-Michel Caradec’h è uno dei tre reporter francesi autori del libro Qui a tué Lady Di (Chi ha ucciso Lady Di), in cui per la prima volta si spiegano le cause dell’incidente.
«È vero», dice il giornalista, «abbiamo fatto emergere elementi fin qui sconosciuti dell’inchiesta. Abbiamo scoperto che la Mercedes era un catorcio, che oltre i 60 all’ora diventava ingovernabile. Henry Paul che era al volante aveva bevuto e non aveva il permesso per guidarla, ma poteva anche essere il più abile dei piloti e alla velocità di oltre 150 all’ora non avrebbe mai potuto tenere in strada un mezzo che sbandava da tutte le parti. Sono tutti aspetti determinanti per ricostruire la dinamica dello schianto, ma sarebbe un errore usarli solo in chiave tecnica. Osservati sotto un’altra angolazione ci permettono una riflessione su Diana, ci mostrano la voragine in cui stava scivolando. Una figura del suo rango poteva finire in mille modi, ma non così miseramente, nelle mani di un playboy, portata in giro da un ubriaco, su un rottame travestito da limousine».
Caradec’h ha studiato la vita di Diana, la conosce in ogni piega ed è convinto che lo schianto del 31 agosto 1997 chiuda in modo tragico una traiettoria, cominciata venti mesi prima. Il reporter è preciso. Fissa l’inizio dell’ultimo atto al 18 novembre 1995, quando la principessa appare in televisione, sulle reti della Bbc, ospite del programma Panorama. «Diana in quel momento è ossessionata dalla figura di Camilla», spiega Caradec’h. «Non capisce come il marito possa preferire a lei, giovane e bella, quella donna matura, poco attraente, per nulla simpatica. E allora fa qualcosa che nella storia della Casa Reale non ha precedenti. Come se fosse l’ultima delle attricette da soap-opera, racconta i segreti della sua vita famigliare e definisce il suo “un matrimonio affollato”, con tradimenti da una parte e dall altra». Già così sarebbe una bomba. Ma il peggio secondo Caradec’h avviene nel seguito dell’intervista, quando Diana abbandona le mura di casa e si addentra in quelle di Palazzo.
«Senza capire la gravità di quel che dice», prosegue il giornalista, «Lady Di afferma che Carlo non è in grado di ereditare il trono. Mettere in discussione l’ordine di successione della monarchia è un errore imperdonabile che di fatto la esclude dalla famiglia. Era separata ma pur sempre principessa di Galles. Avrebbe potuto continuare e vivere sotto la protezione della Royal Family, ma dopo quello sciagurato intervento la regina non ha avuto scelta e ha autorizzato il divorzio».
Mollati gli ormeggi e gli ancoraggi della vita di corte Diana comincia a volteggiare senza rete, e si getta tra le braccia di chiunque ispiri la sua fiducia. «Non ascoltava più nessuno», racconta Caradec’h, «non voleva più vedere avvocati, consiglieri o funzionari e viveva attorniata da una corte di veggenti, maghi, ciarlatani di ogni specie. Senza capire che tutti le stavano attorno per vivere alle sue spalle, per sfruttare la sua immagine di icona globale. Quella che lei credeva essere la sua migliore amica, a cui confidava tutti i suoi segreti, era a libro paga di un tabloid inglese per passare informazioni su di lei».
Un po’ come fu Jackie Kennedy, ormai anche la povera Diana era diventata una donna-trofeo, da esibire in giro per il mondo per ottenere vantaggi di ogni tipo. Secondo Caradec’h, anche Mohamed Al-Fayed, padre di Dodi, vedeva in lei una gallina dalle uova d’oro. Una testimonial formidabile per tutte le sue attività, a partire dall’Hotel Ritz di Parigi per finire con i grandi magazzini Harrod’s a Londra. Ma soprattutto un lasciapassare per avere accesso ai più alti livelli dell’establishment politico ed economico mondiale.
«Non appena viene a conoscenza della relazione tra il figlio Dodi e Diana, Mohamed Al-Fayed compra da un armatore italiano il Jonikal, una barca di oltre 60 metri», conclude l’autore dello scoop sull’incidente.
«È lo yacht su cui i due amanti saranno paparazzati mentre si baciano al largo della Sardegna, quattro settimane prima della loro tragica fine. Mohamed aveva sì investito sull’idillio tra Dodi e Diana ma sapeva anche come proteggere la principessa. Finché ha gestito lui la situazione le cose sono filate lisce, ma dal momento in cui Dodi ha voluto fare di testa sua è stata la fine. Dodi era un playboy, viziato, abituato a procedere per colpi di testa. Quella notte ha voluto ingaggiare uno stupido rodeo con i fotografi e senza pensarci ha buttato all’aria il dispositivo messo a punto dal padre. È salito sull’auto sbagliata, con l’autista sbagliato».