il venerdì, 26 maggio 2017
Dirottare o rapire? L’ultimo dilemma dei pirati moderni
Al suo apice, tra il 2010 e il 2013, la pirateria al largo del Corno d’Africa costava all’industria marittima 7 miliardi di dollari l’anno.
Ecco perché si è dovuto ricorrere a un accordo internazionale tra la Nato, l’Ue e gli Stati Uniti per porre fine alla stagione dei dirottamenti. Intesa che ha funzionato talmente bene che, dopo tre anni di assoluta calma, la coalizione si è sciolta e l’industria navale si è rilassata. Dal momento che nel Corno d’Africa e nel Golfo di Aden non si verificavano più attacchi di pirati, perché spendere soldi per proteggersi?
Così le navi hanno iniziato a viaggiare senza scorta armata. E questo è stato un errore.
La pirateria non è stata sgominata ma soltanto tenuta a distanza. Infatti, appena i pattugliamenti della coalizione sono terminati, i dirottamenti sono ricominciati.
Ma questa volta la strategia è diversa. Imitando i colleghi dell’Africa occidentale – uno ogni cinque attacchi al mondo avviene in questa zona – i pirati somali hanno deciso di concentrarsi sui rapimenti di stranieri piuttosto che sui dirottamenti delle navi petrolifere. È tutta colpa del prezzo del petrolio, che è sceso talmente tanto da rendere i margini di guadagno nei dirottamenti troppo bassi rispetto ai riscatti, che invece continuano a salire. Secondo Ocean Beyond Piracy, smettere di pattugliare le coste somale e viaggiare senza scorta armata farà rifiorire la pirateria. Ma i costi di questo tipo di sicurezza sono altissimi e giustificabili solo quando il pagamento dei riscatti delle navi li supera. Poiché invece di dirottare le navi commerciali i pirati si stanno concentrando sulle imbarcazioni private, sarà ancora più difficile giustificare un’operazione simile a quella appena conclusasi per proteggere non il commercio internazionale, ma i privati cittadini.