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 2017  maggio 25 Giovedì calendario

Baby giocatori e grandi affari. Il business dell’Argentina

BUENOS AIRES. Fare l’America: così dicevano gli emigranti dalla seconda metà dell’800 in poi, al momento di salpare per il Nuovo Mondo in cerca di fortuna. Un secolo e mezzo più tardi, i sogni viaggiano sulla rotta inversa, con un pallone al piede e un doppio passaporto in tasca. In Argentina tutti hanno un nonno italiano, spagnolo, oppure polacco come Dybala. È questa la principale fabbrica di talenti del Sud America, dal 2010 il più grande Paese esportatore al mondo di baby calciatori.il 60 per cento dei club è strangolato dai debiti, l’inizio del nuovo campionato è slittato più volte nei mesi scorsi, con i calciatori in sciopero per stipendi non versati, lotte di potere in federazione e il governo costretto a staccare un assegno da 21 milioni di euro per rimettere in moto il calcio. Questo è il quadro dentro cui migliaia di ragazzini ogni anno abbandonano la famiglia e attraversano l’oceano, sempre più precoci e numerosi. Se ai loro tempi Sivori.Kempes e Maradona sono andati via a ventidue anni, oggi i pibes che lasciano il Rio de la Piata ne hanno in media quindici: nel 2014 ne sono emigrati oltre 2.700, il Transfer Matching System della Fifa ha registrato oltre 3.200 partenze nel 2015 e quasi 5 mila nel 2016. Spagna, Inghilterra, Italia, Germania e Francia le principali destinazioni, per un giro d’affari in costante espansione e capace di muovere, tra Europa e America Latina,2.500milioni di euro a stagione. In Europa ci sono solo quattro Paesi senza un argentino nel loro campionato: Estonia, Galles, Islanda e Kosovo.
Il Messi che nel 2000, tredicenne, si mette in marcia verso il Barcellona ha aperto una via. Tanto che l’Argentina, in quegli anni, considerava l’ipotesi di istituire una legge contro “la tratta“dei suoi piccoli calciatori. Oggi una selva di manager e intermediari attingono a una fonte inesauribile di piccole promesse. Un Paese in cui dalle Ande alla Terra del Fuoco si cresce giocando nei campetti di strada chiamati potreros (dal gauchescopotro, puledro). Da queste parti lo chiamano baby fùtbol: riservato ai bambini dai 5 ai 13 anni, è il terreno di caccia di navigati talent scout che scrutano i tornei infantili affiliati all’Afa, la Federazione argentina, in cerca di un guizzo, un movimento istintivo, l’indizio di un talento puro e grezzo da coltivare con pazienza nelle scuole calcio.
«Questo fine settimana visioniamo i nati tra il 2003 e il 2010. Facciamo una quindicina di provini al mese, durante tutto l’anno. Alle prove generali arrivano più o meno400 ragazzini,da tutte le province del Paese». Nel centro giovanile del Boca Juniors, 16 campi in erba naturale e sintetica a 60 chilometri da Buenos Aires, Ramón Maddoni, responsabile delle divisioni infantili, osserva le partitelle e prende nota. Sul suo taccuino, a fine giornata, al massimo 3 o 4 nomi da seguire e rivedere.
«Oggi vogliono essere tutti trequartisti e numeri 10. Se qualcuno promette davvero bene se ne parla con la famiglia, abbiamo una scuola e una pensione, ci occupiamo di tutto noi».Tevez, Riquelme, Redondo, Cambiasso: il curriculum di Maddoni paria di una vita passata nei vivai di Boca e Argentinos Juniors, scovando i principali nazionali albicelesti degli ultimi 30 anni, che ancora oggi lo trattano come un padre. I prossimi nomi su cui scommetere? «Leandro Paredes (Roma, classe ’94) è il futuro della selección, ve lo garantisco. E Rodrigo Bentancur (uruguaiano, classe 1997): la Juve è venuta a prenderselo direttamente al Boca, e ha fatto bene».
Statistiche alla mano, però, la prassi attuale in Argentina è vendere i giovani il prima possibile, anteponendo i profitti immediati a un processo di crescita che permetta loro di maturare con più calma. «Non tutti sono pronti così presto per il grande salto. A quell’età si tratta di educare più che allenare, preparare a gestire successi e insuccessi, insegnare a giocare e non esigere la vittoria a ogni costo».
Jorge Griffa, ottuagenario maestro di Marcelo Bielsa e padrino dell’attuale tecnico del Tottenham Mauricio Pochettino, è stato per oltre vent’anni il guru del Newell’s Old Boys di Rosario, dove ha cresciuto bandiere storiche come Jorge Valdano e Batistuta: «Bati lo pescai in un campionato provinciale. Era grande e grosso ma non calciava bene,faceva tutto d’istinto,nessuno gli aveva insegnato niente».
A metà degli anni 90, Griffa, oggi in pensione, sarà testimone dell’irreversibile cambio di tendenza del calcio sudamericano, «quel momento in cui la logica economica ha definitivamente soppiantato quella calcistica». Intere generazioni che approdano all’estero senza aver debuttato a livello professionistico, i cui cartellini sono spesso gestiti da intermediari e società private. «Che nel futbol ci siano interessi privati non è necessariamente un male. Ma bisogna distinguere tra semplici impresari e rappresentanti dei giocatori, perché questi ultimi possono capire anche di calcio, mentre i primi, il più delle volte, s’intendono solo di affari. E questo può essere rischioso».