Libero, 15 giugno 2017
Per la Bindi Totò Riina sta benone. Colloquio con la presidente della commissione Antimafia
Rosy Bindi mi risponde subito al cellulare, anche senza riconoscere il mio numero, direttamente e senza filtri, il che, per una Presidente della Commissione Antimafia, é un segnale di sicurezza, di autorevolezza e di tranquillità. La sua visita a sorpresa, tre giorni fa, al “Maggiore” di Parma, la struttura clinica dove è ricoverato dal gennaio 2016 Totò Riina, ha messo a tacere di colpo le polemiche sulla recente sentenza della Cassazione, la quale sottolineava il «diritto ad una morte dignitosa» per il Capo di Cosa Nostra, lo stesso che deve essere assicurato ad ogni detenuto.
«Mi sono recata lunedì, senza preavvertire le strutture interessate, presso la sezione detentiva dell’ospedale nel quale è ricoverato il detenuto Riina, perché ho ritenuto doveroso che la Commissione che presiedo, verificasse se le stesse che lo ospitano, siano adeguate a contemperare le esigenze di tutela della salute del recluso e del suo diritto a ricevere un trattamento non contrario al senso di umanità, con quelle, più generali, di tutela della collettività, che invece impongono la detenzione carceraria del capomafia corleonese, e, per di più, nel regime previsto dall’art. 41-bis».
«Sì l’ho visto, ma non sono entrata nella sua stanza, mi sono fermata sulla soglia della camera. Lui era seduto in sedia a rotelle, e no no, non ci siamo scambiati nemmeno una parola, nemmeno un saluto. Il mio compito non era quello di interloquire con lui, ma era quello di verificare le condizioni di cura e di assistenza, che sono continue e che sono identiche, se non superiori, a quelle di cui potrebbe godere in stato di libertà od agli arresti domiciliari. Comunque ho scritto una relazione dettagliata, te la mando subito via e-mail».
LA RELAZIONE
Naturalmente la comunicazione della Presidente mi arriva immediatamente, ed io la leggo avidamente. Totò Riina è stato trovato in buon ordine, abbigliato non in pigiama, ma vestito con camicia, pantaloni e scarpe, con lo sguardo vigile e seduto su una sedia a rotelle, in una camera di confortevoli dimensioni, assolutamente corrispondente ad una qualsiasi stanza di degenza ospedaliera, dotata di bagno privato, attrezzato per i disabili, e in ottime condizioni igieniche. Il personale medico ha inoltre spiegato alla presidente Bindi, che il Riina si alimenta autonomamente, che è capace di intendere e di volere, che dal punto di vista intellettivo ragiona e si esprime normalmente, che svolge i colloqui con i familiari e con i suoi avvocati, che scrive lettere e legge senza difficoltà quelle che riceve, e soprattutto che partecipa alle udienze che lo riguardano, sebbene ciò comporti uno spostamento temporaneo presso la casa di reclusione di Parma, rivelando, oltre che una perfetta lucidità psichica, anche una certa capacità fisica di sottoporsi ai continui trasporti. Per quanto riguarda la sua salute, questa è tenuta sempre sotto stretta osservazione medica, é continuamente monitorato e guardato quasi “a vista”, e per il controllo delle sue patologie, non è affatto considerato in fin di vita, anzi, allo stato attuale il paziente non presenta manifestazioni acute, é costantemente assistito da una equipe di infermieri che lo accudisce più volte al giorno per ogni necessità. I suoi problemi cardiaci, affrontati e risolti in passato anche con la chirurgia, e quelli, più recenti, di natura neoplastica, sono infatti in fase di accertata stabilità, e ricevono quotidianamente cure adeguate e continue.
Dalla relazione si evince quindi che la struttura carceraria ha cercato di adeguarsi progressivamente al mutare delle esigenze del recluso, che ha affrontato le emergenze, e che la sua attuale condizione clinica é certamente mutata in meglio, rispetto allo stato dei fatti accertato dalla Suprema Corte e risalente al maggio 2016, ovvero ad un anno fa. Addirittura nella Relazione si afferma che le condizioni cliniche del recluso, con tutte le esigenze assistenziali legate al decadimento fisico dell’età, sono stazionarie, e potrebbero, a giudizio dei medici, consentire il suo rientro in cella, dove troverebbe una situazione logistica adeguata alle sue sopravvenute necessità. La Presidente Bindi, insieme ai vicepresidenti che la accompagnavano, ha proceduto anche con la visita del carcere di Parma, per visionare la cella dove Riina è stato recluso fino al gennaio 20016, per verificarne le condizioni nel caso in cui il famoso detenuto dovesse farvi ritorno, e nel caso in cui il suo stato di salute attuale dovesse consentirlo.
La presidente Bindi aggiunge: «Al di là delle diverse opinioni espresse al riguardo e diffuse dalla stampa, alcune delle quali appaiono ispirate alla “legge del taglione”, ed altre invece ad una malintesa umanizzazione della pena, posso affermare che Riina ha sempre goduto della massima attenzione medica ed assistenziale, e la struttura che lo ospita é in grado di far fronte alle malattie di qualunque natura e gravità. A lui é ampiamente assicurato il diritto, innanzitutto ad una vita dignitosa, e, dunque, anche a morire, quando ciò avverrà, altrettanto dignitosamente, a meno che non si voglia postulare l’esistenza di un diritto a morire fuori dal carcere, non riconosciuto dalle leggi vigenti».
«Inoltre il detenuto, nei limiti di quanto é stato possibile accertare, conserva immutata la sua elevata pericolosità, concreta e attuale, essendo, nonostante le difficoltà motorie, perfettamente in grado di intendere e di volere, ancora vivamente interessato alle sue vicende processuali, nella piena condizione di manifestare le sue volontà e, di converso, non avendo mai esternato segni di ravvedimento».
SGUARDO VIGILE E ATTENTO
Claudio Fava, vicepresidente della Commissione Antimafia che ha accompagnato la Bindi a Parma, descrive Riina con queste parole : «Lui non si è scomposto, ha fissato uno per uno gli ospiti arrivati a sorpresa nella sua cella blindata, aveva uno sguardo vigile e attento, gli occhi come due punture di spillo in un corpo invecchiato. Uno sguardo abituato a osservare ed a tacere. Si dá arie da sovrano in esilio».
La relazione di Rosi Bindi si conclude con la preoccupazione per quanto potrebbe accadere, invece, ad altri detenuti sottoposti al regime 41/bis, e bisognosi di trattamento similare a quello del Capo di Cosa Nostra. Non sempre, infatti, le strutture ospedaliere pubbliche hanno, nelle sezioni riservate ai detenuti, un numero di stanze sufficienti, ed un numero di personale idoneo per rispondere alle esigenze di cura e di assistenza, che si prevedono crescenti.
Il “Centro Diagnostico Terapeutico” di Parma, che io stessa ho visitato in passato, é infatti una eccellenza della sanità intramuraria, che ha ospitato detenuti come Bernardo Provenzano, ma anche come Callisto Tanzi, Marcello Dell’Utri, e molti altri, i quali però non hanno ricevuto sentenze di Cassazione che mettessero in dubbio le condizioni di dignità nelle quali si trovavano. E soprattutto, a parte Provenzano, gli altri succitati, non hanno nella loro fedina penale efferati omicidi, non sono mai stati considerati criminali assassini come Totò Riina, eppure hanno scontato e stanno scontando la loro lunga pena senza fare ricorsi alla Corte, e senza chiedere la inidoneità per malattia e la incompatibilità con il regime carcerario.
Non lo hanno fatto nemmeno i nove detenuti paraplegici, ovvero paralizzati dalla vita in giù, e costretti per forza a stare in sedia a rotelle ed a chiedere aiuto ed assistenza anche per andare in bagno, che sono attualmente rinchiusi nel carcere di Parma, e che espiano le loro colpe con una dignità, da me verificata, e che andrebbe ricordata a chi invece l’ha perduta per sempre.