la Repubblica, 14 giugno 2017
Blitz dell’Antimafia da Riina Bindi: «Può tornare in cella è curato meglio lì che a casa»
PALERMO Alle 11.30 del mattino, Salvatore Riina dondola tranquillo sulla sua sedia a rotelle. Pantaloni marroni, camicia a quadri, un berretto di lana e scarpe perfettamente allacciate. Si gira di scatto il capo di Cosa nostra quando sente la porta aprirsi. Accanto all’agente dei gruppi speciali della Penitenziaria ci sono il presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, e i suoi vice, Claudio Fava e Luigi Gaetti. Riina non si scompone, muove la sedia a rotelle e fissa uno per uno gli ospiti arrivati a sorpresa nella sua stanza blindata, ben nascosta in un padiglione della clinica universitaria di Parma.
«Il boss ha uno sguardo vigile e attento. Due punture di spillo in un corpo invecchiato», racconta Fava. «Uno sguardo abituato a osservare e a tacere. Si dà arie da sovrano in esilio». Altro che detenuto in fin di vita, come lo ha descritto una recente sentenza della Cassazione, sottolineando che ha «diritto a una morte dignitosa». Nei giorni scorsi, il padrino delle stragi ha anche ripreso a mangiare da solo.
Ora, continua a fissare i suoi ospiti, che rimangono sull’uscio della porta e non pronunciano una sola parola. «La visita di lunedì era per un sopralluogo», spiega Rosi Bindi. «La stanza è di confortevoli dimensioni, dotata di bagno privato attrezzato per disabili». Il “Maggiore” di Parma è una delle eccellenze della sanità pubblica. Accanto alla stanza-cella di Riina, ce ne sono altre tre gemelle. Tutte blindate, vigilate 24 ore su 24 dagli agenti. Ma al momento l’unico paziente speciale è Riina. Che, generalmente, è parecchio loquace. Con gli infermieri e con l’equipe medica, ma anche con i poliziotti. Quando non è impegnato in analisi e controlli sanitari, sempre frequenti durante la giornata, scrive lettere ai familiari, oppure incontra l’avvocato. Qualche giorno fa, è stato il figlio Giovanni, detenuto anche lui all’ergastolo, a chiedere un colloquio col padre. Com’è prassi in questi casi, il Dap ha girato la richiesta all’interessato, ma a sorpresa è arrivato un no. Perché Riina non vuole incontrare suo figlio?
«Riina è stato e rimane il capo di Cosa nostra», avverte la presidente dell’Antimafia. «Ha continuato a partecipare alle numerose udienze che lo riguardano, dimostrando così di conservare lucidità». Il capo di Cosa nostra, ricoverato stabilmente al “Maggiore” ormai dal gennaio del 2016, conserva soprattutto il segreto del suo tesoro. Tre anni fa, intercettato dai pm del processo “Trattativa”, si vantava di gestire ancora tanti terreni intestati a prestanome. E parlava pure di una farmacia. La sanità è stata sempre un affare per Cosa nostra.
«Adesso, Riina si trova in una condizione di cura e assistenza continue che, a dir poco, sono identiche, se non superiori, a quelle di cui potrebbe godere in stato di libertà o ai domiciliari», ribadisce Rosy Bindi. Le gravi patologie da cui è affetto il boss, soprattutto di natura cardiaca, restano sotto controllo. «A giudizio dei medici potrebbe anche tornare in carcere, che è dotato di un centro clinico». Per la presidente dell’Antimafia, «a Riina è ampiamente assicurato il diritto a una vita dignitosa e dunque a morire, quando ciò avverrà, altrettanto dignitosamente a meno che non si voglia postulare l’esistenza di un diritto a morire fuori dal carcere non riconosciuto dalle leggi vigenti».
La commissione ha fatto un’ispezione anche in carcere. La cella è piccola, in bagno non si riesce ad entrare con la sedia a rotelle. I lavori di ristrutturazione sono già iniziati.