La Stampa, 15 giugno 2017
Dal Grande incendio del 1666 al rogo alla Grenfell Tower. Londra rivive l’incubo
Per i britannici l’associazione tra Londra e l’idea del fuoco risale all’infanzia. C’è una filastrocca per bambini che quasi tutti impariamo a canticchiare non appena abbiamo l’uso della parola: London’s burning, London’s burning. Fetch the engines, fetch the engines. Fire, fire! Fire, fire! Pour on water, pour on water. (Londra sta bruciando, Londra sta bruciando prendete le macchine, prendete le macchine, fuoco, fuoco, fuoco, fuoco! Versate acqua, versate acqua).
Molti di noi l’hanno cantata ancora prima di aver mai messo piede nella capitale inglese. Il Grande incendio di Londra del 1666, che si sviluppò in una panetteria di Pudding Lane, si stima abbia distrutto le abitazioni di 70 o forse 80 mila persone che popolavano il centro medievale. Più di 360 anni dopo, la paura del fuoco e di ciò che può scatenare è ancora impressa nella coscienza collettiva dei londinesi.
In realtà la città, nel XXI secolo, ha un aspetto molto diverso da allora. Le stradine strette con le case di legno sono sparite e così le fogne a cielo aperto. I motori hanno sostituito i cavalli. I grattacieli di vetro e cemento dominano la linea dell’orizzonte là dove un tempo spiccavano le guglie delle chiese e l’ormai ridimensionata Torre di Londra.
E tuttavia, gli eventi di ieri, che seguono così crudelmente gli attacchi terroristici che hanno gettato il mondo nel panico, ci ricordano che sotto traccia l’antico pericolo è ancora vivo. Anche se le vite degli abitanti dei 24 piani della Grenfell Tower sono di certo molto diverse da quelle dei loro predecessori del XVII secolo, il fuoco che è divampato nell’edificio nelle prime ore del 14 giugno, uccidendo almeno dodici persone e ferendone molte di più, evidenzia una somiglianza fatale: la vicinanza delle loro abitazioni e il modo in cui sono state costruite li hanno resi vulnerabili.
Ci vorrà tempo prima di conoscere i dettagli dell’accaduto e sapere esattamente di chi o di che cosa è la colpa. Tuttavia, per chi conosce e ama Londra, come me che ci ho vissuto per quasi tutta la vita, l’identificazione dei responsabili passa in seconda linea rispetto al sentimento di empatia che ispirano tragedie come questa. È impossibile per chiunque di noi in questi giorni non provare un dolore personale all’idea della sofferenza delle vittime, come se fossero nostri amici o parenti.
Perché questa è la cosa straordinaria di questa città. Anche se ha 8.5 milioni di abitanti ed è così grande che anche i londinesi di vecchia data come me spesso hanno bisogno di Google maps per orientarsi, conserva uno spirito che i 500 mila abitanti del XVII secolo riconoscerebbero senz’altro.
La capitale britannica, attraverso le innumerevoli tragedie che l’hanno colpita nei secoli, dal Grande incendio al rogo di King’s Cross del 1987, passando per le bombe dell’Ira alla fine del ventesimo secolo, per arrivare ai recenti attacchi, ha sviluppato un grande senso di appartenenza che accomuna tutti i suoi abitanti. E questo significa che disastri del genere ci riguardano tutti.
E significa anche che a Londra di rado mancano supporto e appoggio alle vittime. L’abbiamo visto quando centinaia di persone hanno portato fiori sui luoghi devastati dall’atrocità del terrorismo e quando le donne musulmane tenendosi per mano hanno formato una lunga fila sul Westminster Bridge in segno di solidarietà alle vittime dell’attacco al Parlamento.
Nelle ore dell’incendio divampato alla Grenfell Tower i londinesi hanno dato prova una volta di più del loro spirito solidale. I centri di evacuazione che hanno accolto chi aveva perso la casa sono stati inondati da offerte di aiuto al punto che alcuni hanno dovuto rifiutare ulteriori donazioni di coperte e cibo. Allo stesso tempo grazie a campagne prontamente lanciate su Internet sono state raccolte decine di migliaia di sterline per aiutare le persone colpite a rimettersi in sesto.
Proprio come suggerisce l’ultima strofa della filastrocca «London’s Burning», i londinesi hanno unito le loro forze per andare in soccorso delle vittime – offrendosi volontari, donando denaro e scambiando informazioni – versando acqua in ogni possibile modo. E così facendo hanno ancora una volta dimostrato di essere eredi di quello spirito che nella storia ha reso grande questa città – e che nessun incendio potrà mai distruggere.
traduzione di Carla Reschia