la Repubblica, 15 giugno 2017
La paura del fuoco che ha segnato la storia inglese
Il rapporto degli inglesi con il fuoco è stato severamente messo alla prova dalla storia. Se in Italia nessuno ricorda mai il disastro dell’incendio che nel 64 (Nerone o non Nerone) mandò in cenere buona parte di Roma, in Inghilterra la memoria, magari inconsapevole, del disastroso incendio del 1666 non s’è mai del tutto perduta. Le fiamme scoppiarono di domenica mattina, il 2 settembre, in Pudding Lane nella casa di un fornaio che probabilmente era andato a dormire senza aver spento bene il forno. Quando il sindaco venne informato che le fiamme divampavano, non se ne preoccupò più di tanto. Rispose anzi irresponsabilmente che «una donna potrebbe spegnerlo con una pisciata». Sospinte dal forte vento le fiamme divorarono una dopo l’altra intere file di case costruite in legno, con i tetti di paglia pressata, strette le une alle altre in un dedalo di vicoli – esattamente com’era successo a Roma mille e seicento anni prima. Ancora oggi, all’angolo tra Giltspur Street e Cock Lane (un luogo conosciuto come ‘Pie Corner’) si può vedere una statuetta dorata chiamata ‘Fat Boy’ messa lì per ricordare il luogo dove finalmente il disastro s’arrestò. Ci fu perfino chi dette all’incendio un connotato politico attribuendolo ad un gesto terroristico di stampo papista. A titolo di curiosità aggiungo che dove ora si trova il ‘fat Boy’ fino al 1910 sorgeva il pub ‘The Fortune of War’, luogo in cui si radunavano i trafugatori di salme per incontrare i clienti. Una lapide informa che i corpi venivano adagiati su panche disposte tutt’intorno. Su ogni corpo figurava il nome del trafugatore. Chirurghi e studenti di medicina valutavano la condizione dei cadaveri, utili ai loro esercizi anatomici, e facevano un’offerta. La cifra includeva il trasporto a domicilio della “merce”. Il fuoco era divampato per più di tre giorni. Il solo effetto benefico fu di far diminuire la virulenza della precedente epidemia di peste dato che gran parte dei ratti, portatori dell’infezione, finirono tra le fiamme.
Un altro incendio di grandi proporzioni e notevoli conseguenza fu quello scoppiato nel 1834. Dove sorge il complesso delle Houses of Parliament, c’era una volta un palazzo che nello stesso tempo fungeva da residenza reale e luogo di riunione per rappresentanti delle province. Con Enrico VIII, la reggia traslocò a San Giacomo e, appunto nel 1834, il palazzo subì un incendio così violento che la sola parte scampata fu la Westminster Hall con le sue imponenti proporzioni, l’immensa finestratura che riempie un’intera parete, le travature di quercia dello Hampshire che sorreggono il soffitto.
Ho detto che il rapporto degli inglesi con il fuoco è problematico ma avrei dovuto dire degli anglo-sassoni. Il timore del fuoco, da noi quasi sconosciuto, è fortissimo anche negli Stati Uniti il che spiega, in parte, l’altissima considerazione che hanno i pompieri. Dico in parte perché nell’alta stima di cui godono entrano anche considerazioni di tipo politico, qui impensabili. Posso riferire un episodio divertente (a suo modo). Un giorno di molti anni fa, proprio sotto quella che era allora la redazione nuovaiorchese di Repubblica, uno scriteriato aveva parcheggiato l’auto davanti a un idrante. Qualcosa andò a fuoco, arrivarono i pompieri. Si trattava di agganciare all’idrante una manichetta; si poteva passare sotto o sopra l’auto. Un pompiere dette vigorosamente mano a un’ascia, aprì due fori negli sportelli e fece passare la manichetta dentro l’auto. Tra gli applausi dei presenti. Credo che l’infelice non abbia mai dimenticato che scherzare col fuoco, e con i pompieri, è molto pericoloso.