Corriere della Sera, 14 giugno 2017
L’autogiustiziere
La parola chiave di questa storia è «auto». Al principio l’automobile che un emozionato Lorenzo Alberton, di professione autista, parcheggia sotto l’ospedale di Bassano del Grappa dove la moglie ha appena partorito, il 6 marzo 1981. Per la tensione il neopadre si dimentica di estrarre l’autoradio. Allora gli italiani erano soliti portarsela a spasso sotto l’ascella e finire poi per dimenticarla sulla sedia di un bar. Quando Alberton torna al parcheggio, l’autoradio non c’è più. Se n’è andata in uno strascico di vetri rotti, lasciando un vuoto incolmabile. Passano trentasei anni e una cinquantina di governi, finché il 25 maggio 2017 l’autista ormai in pensione riceve una raccomandata: è del ladro, che chiede scusa e allega un assegno di cento euro. Il costo del maltolto, rimodulato sul cambio di moneta e sull’inflazione.
La parola chiave di questa storia è «auto» perché il ladro di autoradio ha deciso di autoinfliggersi una punizione. Benché per quel furto fosse stato regolarmente arrestato e condannato a tre mesi di carcere e a trentamila lire di multa. Sentiva di avere pagato il suo debito con la legge, ma non con la vittima. Col passare del tempo la psiche tende ad autoassolversi. Quella di quest’uomo, no. Come in un personaggio di Dostoevskij, il senso di colpa ha continuato a scavare cunicoli nella sua coscienza, fino a trasformarsi in senso di responsabilità. In mezzo a tanti che minacciano di farsi giustizia da soli, lui l’ha fatta per davvero. Un autogiustiziere della notte che ha visto finalmente l’alba.