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 2017  giugno 15 Giovedì calendario

Scia di sangue dai Presidenti al Congresso

E norme emozione, tutta la politica americana mobilitata, discorsi, orazioni e riti religiosi nelle aule del Congresso e un intervento fermo e insolitamente sobrio del presidente Donald Trump anche se, attentatore a parte, non ci sono vittime e l’unico deputato colpito, Steve Scalise, non ha riportato ferite gravi. Ma per il Parlamento Usa l’attentato di ieri segna una svolta profonda, un vero cambio di stagione. Anche se l’America è un Paese violento, armato fino ai denti, fin qui il Congresso era rimasto abbastanza al riparo dagli assalti, gli omicidi e i tentativi di assassinio che hanno colpito soprattutto i presidenti, i candidati alla Casa Bianca e le autorità locali: sindaci, giudici distrettuali, sceriffi, governatori.
Può apparire sorprendente, ma proprio per questo deputati e senatori repubblicani che si allenavano all’alba alla periferia di Washington per la partita bipartisan di baseball in programma oggi nella capitale, erano completamente privi di protezione della polizia, anche se tra loro c’erano personaggi di spicco come il senatore Rand Paul, uno dei candidati alla Casa Bianca nelle ultime elezioni presidenziali. L’attentatore è stato colpito ed eliminato solo grazie alla presenza dello stesso Scalise che, essendo il numero tre nella linea di comando del partito conservatore, aveva con sé due agenti di scorta.
È chiaro che d’ora in poi molto cambierà. Del resto già da tempo parecchi parlamentari avevano manifestato il timore di essere colpiti da qualche estremista o anche da un folle nel clima surriscaldato della contrapposizione politica esasperata dell’era Trump. Ma deputati e senatori temevano per la loro incolumità soprattutto quando tornavano nei loro collegi elettorali nella periferia americana, mentre a Washington si sentivano protetti dalla «bolla» della città della politica: cintura antiterrorismo con forte sorveglianza nelle strade, negli edifici delle istituzioni federali e nei luoghi di tutti gli eventi pubblici.
Del resto quella della violenza politica negli Usa fin qui è stata soprattutto una storia di attacchi contro l’istituzione presidenziale. Quattro dei 45 presidenti americani sono stati assassinati: Abramo Lincoln nel 1865, James Garfield nel 1881, William McKinley nel 1901 e John Kennedy nel 1963. Poi ci sono Ronald Reagan che negli anni Ottanta se l’è cavata sopravvivendo alle gravi ferite di un attentato, ed altri presidenti sfuggiti per un pelo a tentativi di assassinio: Franklin Delano Roosevelt, Harry Truman, Theodore Roosevelt e Gerald Ford.
Un livello di violenza politica impressionante, una tendenza endemica all’attentato che non ha paragoni negli altri Paesi avanzati che, pure, hanno conosciuto le loro stagioni del terrorismo: dall’assassinio di Aldo Moro a quello di Olof Palme. Ma se a Chicago sono stati ammazzati due sindaci nel secolo scorso, mentre a San Francisco il primo cittadino George Moscone fu ucciso nel suo ufficio in municipio insieme al sovrintendente della città, Harvey Milk, divenuto l’icona della comunità gay, il parlamento federale è stato sempre relativamente al riparo da attacchi di questa gravità.
L’ultimo assassinio di un parlamentare risale a quasi mezzo secolo fa: nel 1968 Robert Kennedy, fratello minore di John, fu ucciso ma non per il suo ruolo di senatore di New York: a Los Angeles Shiran Shiran eliminò il candidato democratico ormai lanciato verso la conquista della Casa Bianca. L’ultimo attacco è quello del 2011 a Tucson in Arizona: un folle fanatico colpì la parlamentare democratica Gabby Giffords e uccise sei persone che partecipavano a un evento pubblico, tra le quali un giudice federale. La Gifford, gravemente ferita alla testa, riuscì a sopravvivere ma le menomazioni subite l’hanno costretta ad abbandonare il Parlamento.
In tutta la storia americana solo quattordici parlamentari sono scomparsi per morte violenta. E in alcuni casi, nell’Ottocento, a uccidere furono altri membri del Congresso: deputati e senatori decisi a tutelare il loro onore sfidandosi in duelli all’ultimo sangue. Nel 1838, quando un deputato del Kentucky uccise un collega del Maine, il Congresso votò una legge che metteva al bando questo tipo di regolamento di conti. Non bastò a impedire che vent’anni dopo, nel 1859, il «Chief Justice» della California, David Terry, uccidesse il senatore dello Stato, David Broderick, per una disputa sull’abolizione della schiavitù.
La sparatoria di ieri nel campo di baseball di Alexandria è anche il primo attacco simultaneo a più di un parlamentare dal 1954, quando un gruppo di separatisti portoricani si mise a sparare dalla tribuna del pubblico contro i deputati seduti in aula durante un dibattito parlamentare. Anche allora non ci furono vittime, ma cinque membri del Congresso rimasero feriti.