ItaliaOggi, 15 giugno 2017
Diritto & Rovescio
Il parlamento italiano ha approvato, osservando tutte le regole, una legge molto chiara che dice che le retribuzioni dei dipendenti pubblici o delle società pubbliche non possono superare i 240 mila euro lordi l’anno. In un paese di normale decenza, di fronte a tale tetto fissato (ripeto) per legge, ci sarebbero state due sole possibilità: o rendere esecutivo tale tetto, oppure, se la maggioranza del parlamento si rende conto che tale norma è sbagliata, provvedere con un’altra legge a modificarlo. In Italia (soprattutto quando si tratta di applicare questa norma alla Rai, come se Flavio Insinna o Antonella Clerici, faccio due nomi a caso, facessero un mestiere più delicato e complesso di quello del presidente di una grande società pubblica o anche di una municipalizzata dei trasporti di una grande città) si pratica una terza via. Cioè la norma, chiarissima, viene, diciamo così, interpretata, ovviamente grazie a un linguaggio confuso di fronte al quale l’avvocato Azzeccagarbugli sembrerebbe un lucido cartesiano. Vergogna.