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 1977  luglio 03 Domenica calendario

Una notte a Shanghai seduti sulla strada

Quando la sera, che è caldissima, si fa buia, dalle case a livello della strada portano fuori le sedie, persino qualche letto, per trascorrere la notte sui marciapiedi. Ora i quartieri più popolosi di Shanghai (case basse, annerite dal fumo, stracolme di gente) somigliano ai quartieri di Calcutta, del Cairo, delle altre città povere del mondo, e vengono in mente le immagini colte qua e là durante il nostro viaggio in Cina. Le casupole sbilenche – il tetto di paglia – nella campagna attorno a Soochow, la folla dei contadini scalzi, l’ospedale d’una Comune agricola vicina a Canton (al limite minimo, se pure il limite non era oltrepassato, della sicurezza igienica), le vecchie donne che in una strada di Shanghai trascinavano penando carretti pesantissimi. E viene in mente un racconto fattoci da Tiziano Terzani, i responsabili cinesi di Hong Kong che presentano ai giornalisti i progetti delle nuove case operaie di Tachai, nord della Cina, buone case, ben disegnate, e già i presenti cominciano a complimentarsi, i cinesi ringraziano soddisfatti, sinché qualcuno non guarda meglio la pianta d’una delle case-tipo, e chiede: «Ma i gabinetti, dove sono?». «Oh, i gabinetti», replica tranquillo un dirigente cinese: «sono in comune, naturalmente».
I problemi connessi a questa faccia della Cina (il suo sottosviluppo, il labile confine che separa i cinesi dalla povertà) sono al centro della transizione post-maoista, il cuore degli interrogativi che si possono porre sul futuro politico di Pechino. Si ha l’impressione che tutto si giochi qui, su «come» verrà affrontato l’impegno della crescita economica, a quali ritmi, con quanta decisione di modificare il «modello cinese», che poi vuol dire lo spirito – e sinanche la lettera – del maoismo.
Certo, il «golpe» di Hua Kuofeng a ottobre, l’eliminazione dei leaders «radicali» («i quattro di Shanghai»), fu lo sblocco d’una lotta che aveva le connotazioni tipiche della lotta di potere: lo scontro cioè tra due gruppi antagonisti, che era durato anni e che poteva risolversi soltanto con il tracollo d’uno di essi.
Ma la prima fase della vicenda del dopo-Mao non è soltanto il risultato d’un regolamento di conti tra boiardi, una guerra di successione. È appunto l’esito dell’attrito tra due concezioni opposte del futuro della Cina, tra due tesi sul modello di sviluppo economico da seguire.
E la tesi che ha prevalso in questa fase, e oggi marca (come i cinesi ci hanno largamente fatto capire nei giorni del nostro viaggio) il linguaggio della propaganda, lo stile dei dirigenti, i rapporti di forza interni tra stato, partito ed esercito, è la visione dei «pragmatisti», dei «realisti» («piazzare», come diceva Ciu En-lai, «l’economia cinese tra le più avanzate del mondo») contro l’ideologismo dogmatico dei «radicali», contro l’illusione di poter perpetuare il maoismo senza Mao.
A Pechino c’è stato un lungo momento, tra l’ottobre ’76 e il maggio di quest’anno, in cui i diplomatici occidentali hanno trascorso le serate scommettendo sulla data della ricomparsa di Teng Hsiao-ping (il campione del campo «realista») in una carica di vertice: tornerà immediatamente – dicevano – tornerà ad aprile nell’anniversario della sua destituzione, a giugno, a fine anno. Ora chi aveva puntato su un ritorno rapido ha pagato la scommessa, il gioco ha perso gran parte del suo interesse, la suspense s’è dissolta. Quel che nel frattempo, infatti, è divenuto evidente, è che la ricomparsa fisica di Teng al vertice dello stato è una questione minore, e comunque quasi soltanto formale. Mentre il fatto importante è che quanto di più significativo viene indicato – come programmi, modelli, tonalità del linguaggio – dalla nuova leadership, sembra uscire direttamente dai discorsi e dai programmi di governo di Teng Hsiao-ping, il leader di coloro che i «radicali» accusavano di lavorare «con calma e tranquillamente alla restaurazione del capitalismo».
Naturalmente non era vero, gli uomini di Teng non tramano il ritorno alla proprietà privata e all’economia di mercato. Solo, stanno riprendendo in mano il paese e si preparano a dirigerlo. Quando si vedono passare nelle vie di Pechino, di Shanghai, di Canton le enormi «Hong qi», le automobili di rappresentanza più lunghe d’una «Mercedes», più alte d una «Rolls Royce», i finestrini riparati dalle tende di tulle, si può ragionevolmente affermare che dentro, ormai, vi sono seduti quasi soltanto gli amici di Teng, i «dirigenti veterani» falcidiati dalla Rivoluzione culturale, poi rimessi in sella da Ciu En-lai (ma solo in parte, e in forme discrete) nel dopo-Lin Piao, di nuovo sotto il tiro dei «radicali» nel ’76, e ora tornati ai posti-chiave, nella stanza dei bottoni.
Tutto indica in questa fase, dunque, che la nuova leadership si prepara a uno sforzo decisivo di riorganizzazione e di sviluppo dell’economia. Ma in che modo si potrà andare verso progetti di espansione (della produzione, dei consumi) senza scalfire, se non proprio demolire, la costruzione ideologica del maoismo? È questo l’interrogativo centrale.
Gli esiti del socialismo in Cina non sono da illustrare. Quando si accenna a certe penurie o ci si sofferma sulle immagini tipiche del sottosviluppo, non è certo per negare i formidabili risultati raggiunti. Il punto di partenza del socialismo era in Cina apocalittico (la fame, la furia delle malattie, i saccheggi compiuti da tre eserciti lungo quasi un decennio), sicché quel che s’è fatto – l’aver condotto una popolazione immensa ad approdare alla sicurezza dell’indispensabile, l’aver dato un impulso spettacolare all’istruzione e alla medicina di massa – costituisce un risultato gigantesco che sarebbe ozioso o pretestuoso misurare con gli schemi dell’econometria.
Ma resta che la crescita economica è stata in Cina del tipo più lento (comparata a quella delle altre nazioni del Terzo mondo essa si colloca nel mezzo: un po’ sopra la crescita dei paesi che si sono meno sviluppati e un po’ sotto gli indici di quelli in cui è avvenuta la maggiore espansione), e che nulla è stato «più maoista» di tale lentezza. Una visione ben precisa (e solo in parte alcuni errori ed insuccessi) era infatti all’origine dei ritardi dello sviluppo economico: la visione maoista del «fare da soli», l’autarchia come trincea a nuove esperienze traumatiche quale fu quella del ritiro dei tecnici sovietici, e poi il rifiuto dell’industrializzazione forzata che crea nuove e arroganti burocrazie, certe forme di puritanesimo, l’«agrocentrismo».
Se si chiede ai cinesi cosa può succedere, quali forme e asprezze potrà prendere l’attrito tra questa eredità ideologica – i «maoist values» – e i programmi di sviluppo e di modernizzazione dei «realisti», i cinesi forniscono le loro tipiche «spiegazioni che non spiegano». Sostengono che tutti i problemi sono stati risolti con la sconfitta della «banda dei quattro», insistono soprattutto sul tema della continuità che, intanto, ha già il suo simbolo nel mausoleo di Mao sorto nella piazza di Tien An Men. Quanto ferma, inalterata, si rivelerà la continuità maoista, questo è il punto da tenere sott’occhio d’ora in poi per capire il decorso cinese.