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 1977  marzo 11 Venerdì calendario

Pallina bianca pallina nera

Gui e Tanassi all’Alta corte, insieme con tutti gli imputati laici, la Dc colpita come non lo era mai stata in nessuna vicenda dell’ultimo trentennio: è questa la conclusione del processo che il Parlamento ha istruito sul «caso Lockheed», otto giorni tra dibattito e votazioni, sedute sempre tese, in qualche fase anche convulse, ma che non avevano mai conosciuto un momento così drammatico come quello di ieri sera, quando Pietro Ingrao ha letto il risultato del voto.
Erano le 18 e 45, e dalle tribune di Montecitorio si è potuto cogliere uno spettacolo intenso e indimenticabile: lo spettacolo della sconfitta democristiana, dei volti chiusi, duri, come folgorati, degli uomini di un partito che era sempre passato indenne nel groviglio di scandali in cui s’era venuto a trovare, e che ora, per la prima volta, paga un prezzo per i suoi metodi di governo.
La cronaca dei minuti che hanno preceduto e seguito la lettura del risultato, è densa d’immagini da giornata storica. Alle 18.30, quando lo scrutinio dei voti stava per essere ultimato, l’aula era già incandescente. Poi s’è visto un deputato dc che sedeva sui banchi più vicini all’emiciclo affannarsi verso i banchi più alti, e dirigersi allo scranno dove sedevano Zaccagnini e Piccoli. Il deputato doveva aver colto un cenno, un segnale, dal banco della presidenza dove i segretari del suo partito avevano ultimato il computo delle palline, e nella sua espressione stravolta già si leggeva il risultato. Un attimo, e mentre Zaccagnini e Piccoli parevano come impietriti, tutti i settori della Dc hanno capito quel che stava accadendo. Gui ha riversato la testa sullo schienale del suo banco, si è sentito il brusio d’uno stupore doloroso, in molte fisionomie (in quella di Mariano Rumor, per esempio) sono apparsi i segni dello sgomento.
A questo punto Ingrao aveva in mano il foglietto con i risultati dello scrutinio, e li ha letti. Gui rinviato al giudizio dell’Alta corte con 487 voti (dieci più del necessario) su 938 votanti. Tanassi con 513. Il fronte colpevolista disponeva di 492 voti, ma due dei suoi componenti (il missino Abbadessa e il comunista Chielli) erano assenti: a favore di Gui c’erano stati quindi soltanto tre «casi di coscienza», tre defezioni dal fronte. Mentre per Tanassi (che nel pomeriggio, quando molti credevano ancora che la Dc sarebbe riuscita a salvare Gui, era già definito la «palla di stracci», la «vittima»), c’era stata una vera e propria frana – 23 voti – del fronte innocentista.
La voce di Ingrao s’era appena spenta quando s’è visto Gui alzarsi e, diritto, il passo rigido, avviarsi verso una delle uscite dell’aula. Lo seguivano solleciti, le espressioni preoccupate, due o tre giovani parlamentari della Dc veneta. Ma neppure l’uscita teatrale dell’ex ministro è riuscita a scuotere l’atmosfera di cupo sbigottimento, di rabbia contenuta, che gravava sui banchi dc. Di un solo esponente del partito non si potrà dire come ha preso la notizia della condanna di Gui: Aldo Moro non era, infatti, in aula. Nell’ora precedente, mentre si procedeva al computo delle palline bianche e nere, Moro era parso il più distaccato (intento com’era a leggere l’ultimo Raymond Aron, La decadenza dell’Europa) dei suoi colleghi. Ma pochi momenti prima della lettura del verdetto era sparito, e dieci minuti più tardi, abbordato dai giornalisti in un corridoio della Camera, avrebbe risposto alle loro domande con un’altra domanda: «Chiedo scusa, potete darmi i risultati? Io non li ho...».
In quegli stessi istanti, Luigi Gui usciva dal palazzo di Montecitorio bersagliato dai flash dei fotografi, sotto gli occhi d’un folto gruppo di curiosi che lo indicavano a dito, il volto paonazzo, il soprabito malmesso: un’immagine umanamente malinconica, certo, ma che sul piano politico si empiva di significati positivi. Perché Gui può anche essere innocente, e se lo è l’Alta corte lo manderà assolto. Ma quel che contava, ieri sera, era di vedere frustrata la resistenza a «quadrato» della Dc, vanificata la minacciosità che aveva fatto da scheletro al discorso di Moro. Quel che contava era l’episodio storico, un ministro del regime democratico chiamato a rendere i conti com’era nell’attesa del paese.
La seduta di voto era iniziata dopo una lunga riunione dei capigruppo con Ingrao, in cui era stato deciso di subordinare il voto sugli imputati laici all’esito di quello su Gui e Tanassi. E cioè: se tutti e due, o almeno uno degli ex ministri, fossero stati rinviati all’Alta Corte, allora si sarebbe votato (a partire da ieri sera) anche sugli imputati laici; altrimenti la sorte di questi ultimi sarebbe stata rimessa alla magistratura ordinaria.
Durante la riunione si era parlato anche della segretezza del voto, dei modi con cui sarebbe stato possibile evitare qualunque forma di controllo dei partiti sulle decisioni dei propri parlamentari. La richiesta di una strettissima segretezza del voto era venuta dalla Dc (mentre socialisti e missini avevano pensato nei giorni scorsi di garantirsi con una qualche sorveglianza da eventuali defezioni), ed era stata accolta. Così, all’inizio della seduta, Ingrao aveva spiegato che nessun parlamentare avrebbe potuto sostare nell’emiciclo, a ridosso dei banchi del governo, e neppure ai due imbocchi del banco su cui erano state poste le urne.
Le urne erano quattro, le due prime (una bianca e una nera) per il voto su Luigi Gui e le altre per Tanassi. Dinanzi a ogni coppia di urne, i parlamentari ricevevano dai commessi una pallina bianca e una nera. Infilando la pallina bianca nell’urna bianca approvavano le proposte dell’Inquirente (rinvio all’Alta Corte), ponendo la nera nell’urna nera votavano per l’assoluzione.
Le votazioni erano iniziate alle 13 e 25, prima i senatori e poi i deputati. Un funzionario della Camera aveva chiamato, in ordine alfabetico, i primi nomi: Abbadessa (Msi) – che era assente – Abis (Dc), Accili (Dc), Agnelli (Dc); e poco meno di due ore dopo erano risuonati i nomi degli ultimi senatori: Ziccanti (Pci), Zito (Psi). Gli assenti erano stati sei: Fanfani, Gronchi, Abbadessa, Merzagora, Montale e il comunista Chielli. Quanto a Gui, l’ex ministro s’era astenuto, ostentando ancora una volta l’atteggiamento di chi non ha nulla da rimproverarsi.
Una pausa di cinque minuti, quindi avevano cominciato a votare i deputati: Abbiati Dolores (Pci), Accame (Psi). E alle 18.15, dopo che circa 3.800 palline erano state deposte nelle quattro urne, le operazioni di voto erano terminate. I deputati assenti erano cinque, Lauro (Msi), La Pira (Dc), Saccucci (Msi), Porcellana (Dc), Bonomi (Dc). E Tanassi non aveva potuto fare a meno di imitare Gui, astenendosi. Sul rinvio all’Alta Corte degli imputati «laici» hanno votato 901 parlamentari: 835 sono stati i «sì» appena 66 i «no». Quindi, le Camere hanno eletto i tre commissari che sosterranno l’accusa davanti alla Corte costituzionale: il prof. Marcello Gallo, proposto dalla Dc (736 voti), il prof. Carlo Smuraglia, proposto dal Pci (529 voti) e l’avv. Alberto Dall’Ora, proposto dal Psi (540 voti).