La Stampa, 14 giugno 2017
Torino, da una ricerca sulla capitale sabauda tra ’600 e ’700 emerge il quadro di una città gaudente: «Al popol di Turino pane, vino e tamburino»
Torino città gaudente, sede di feste sontuose e spettacolari quali raramente si vedono in Europa. Così la descriveva nel 1606 il pittore Federico Zuccaro, chiamato a decorare la Grande Galleria del Castello: «Questi popoli di qua del Piemonte in specie son molto dediti a conviti, danze e suoni e però è tra loro questo proverbio: “Al popol di Turino pane e vino e tamburino”». La lettera è uno dei moltissimi documenti, alcuni dei quali inediti, che Alberto Basso, fondatore dell’Istituto per i Beni Musicali in Piemonte, ha raccolto nei due giganteschi volumi dedicati alle musiche e agli spettacoli nella Torino di Antico Regime (L’Eridano e la Dora festeggianti, Lim, 2 voll. pp. 1250, € 100). Una miriade di dati su personaggi, ambienti, eventi storici, politici e sociali, interessi artistici e culturali, forma un tessuto di impressionante ricchezza in cui la storia musicale del ducato e del regno sabaudi, dal Quattrocento a tutto il Settecento, s’allarga in un’immagine completa della città, nelle sue trasformazioni urbanistiche e nelle relazioni internazionali.
Splendori barocchi
Fu nel Seicento che l’«Eridano e la Dora festeggianti» raggiunsero il massimo splendore: balletti, mascherate, favole pastorali e piscatorie, caccie teatrali, tornei, feste a cavallo, macchine per fuochi d’artificio erano allestite dai Savoia, a Torino e nelle città del Ducato (Chambéry, Nizza, Ivrea, Fossano) in occasione di anniversari, matrimoni, solennità varie, come autocelebrazione del potere. L’intento propagandistico era quello di attirare l’attenzione internazionale su un ducato che aspirava a diventare regno e che le varie descrizioni dei mirabolanti spettacoli, diffuse nelle corti europee, presentavano come degno di questo rango.
Leggere il primo volume di Basso è come assistere a un documentario televisivo girato in epoca barocca: sfilano, attraverso le descrizioni del tempo, le immagini delle feste con i loro colori, le luci, i costumi, i movimenti, le danze, gli apparati scenografici, le musiche di compositori rimasti ignoti, ma non per questo meno decisive nel dare un’immagine completa dei vari eventi che, nel periodo d’oro di Carlo Emanuele I e del Cardinale Maurizio, si succedevano al ritmo di due, tre, fino a cinque feste per ogni anno.
Tra queste, alcune sono rimaste a lungo nella memoria collettiva, come il gran balletto La primavera trionfante dell’Inverno per il compleanno di Madama Reale, nel 1657. Si può immaginare l’effetto spettacolare dei personaggi impegnati in voli prodigiosi e di quelli che irrompevano sul palcoscenico, abbigliati con i costumi di popoli di diverse nazioni: Groenlandia, Nuova Zembla (le isole artiche di Novaja Zemlja, esplorate da Barents nel 1594), Lapponia, Guyana, Scozia, Terra del Fuoco, Florida, Islanda, Tessaglia, Abissinia, oltre, naturalmente, a Piemonte e Savoia. Una fantasmagoria di colori ruotava attorno al trono d’argento e di cristalli su cui sedeva l’Inverno, con lo scettro di ghiaccio, tra le ninfe artiche, una delle quali appariva «con le mammelle scoperte, capigliera bionda, cinta di fiori e di stelle, col plaustro in petto, turcasso al fianco, e l’arco in mano».
Prodigiose erano le possibilità della scenotecnica barocca messe in opera negli spazi teatrali. Nessun problema si poneva, ad esempio, per realizzare il memorabile colpo di scena durante la festa La nave della Felicità durata dieci ore, nel 1628: improvvisamente il salone del Palazzo vecchio di San Giovanni, in piazza Castello, veniva allagato e la nave avanzava in un tripudio di canti, suoni, movimenti e effetti luminosi.
Inseguendo le musiche e gli spettacoli nei luoghi dove furono rappresentati, Basso rinnova il ricordo delle dimore sabaude oggi scomparse: lo splendido castello di Miraflores o quello di Viccobone, col parco annesso, situato tra il Po, la Dora e la Stura. Meraviglie perdute, le cui immagini, tramandate dalle incisioni antiche, sono visibili nel ricco apparato iconografico del dvd allegato ai due volumi. Ma la grande espansione dello spettacolo barocco non era un fiore nel deserto. Si inseriva, invece, in un tessuto molto fitto di vita musicale che faceva capo alla Cappella del Duomo e alla musica di corte che Basso ricostruisce con altrettanta minuzia di documentazione.
Tempi di belcanto
Nella seconda metà del Seicento il gusto per le feste comincia a declinare e si afferma sempre più la moda del melodramma che s’insedia dapprima nel Teatro del Palazzo vecchio, corrispondente al primo piano dell’attuale Palazzo Reale, poi nel primo Teatro Regio, ricavato dal rimaneggiamento del precedente, indi nel grande Teatro disegnato da Benedetto Alfieri, inaugurato nel 1740, con quella sala descritta dai visitatori come la più grande e sontuosa d’Italia.
Nel Settecento lo splendore scenografico delle feste, sostituito da quello del belcanto, non è più che un ricordo. Ma il gusto dei Savoia per la meraviglia s’afferma ancora episodicamente come mostra, nel 1722, la «mostruosa illuminazione» allestita da Filippo Juvarra per le nozze del futuro Carlo Emanuele III con Anna Cristina di Sulzbach: più di settecentomila candele illuminavano le strade di Torino, davanti e dietro le tele trasparenti che vestivano le facciate dei palazzi principali con effetti di fantasmagorica irrealtà. Vere e proprie «luci d’artista», antenate di quelle che s’accendono oggi nel periodo natalizio e che, leggendo il libro di Basso, ci appaiono come non del tutto estranee a una tradizione spettacolare radicata da secoli nel gusto della cittadinanza, meno austera di quanto lei stessa si voglia comunemente far credere.