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 2017  giugno 14 Mercoledì calendario

«Anche io ho fatto i talent show ma le ossa si fanno nelle balere». Intervista a Massimo Ranieri

Giacca a righe, jeans, calzini verdi e un cappellino di paglia per ripararsi dal sole ormai estivo che batte su Verona. Così, abbiamo incontrato Massimo Ranieri, nella città scaligera per ritirare un premio in omaggio alla sua instancabile attività teatrale che, da anni ormai, lo porta in giro per l’Italia. Protagonista dell’ultimo filmmusical di Roberta Torre (in uscita a settembre), Ranieri sarà anche al teatro La Fenice di Venezia, il 7 luglio, per portare in scena il suo album Malìa, viaggio attraverso i grandi classici della canzone napoletana ovvio -, ma rivisitati in chiave jazz. 
Lavora tantissimo e non è più un ragazzo: è stanco? 
«Per niente, perché questo è il mio pane. Le rispondo come diceva Totò: io sono un operaio dello spettacolo. Faccio una cosa che mi ha dato e continua a darmi molto. Per questo mi sento sempre più in debito con la vita». 
Nel 2006 ha festeggiato 40 anni di carriera. Possiamo dire che lei canta perché non sa nuotare? 
«Sì. Cominciai a cantare in pubblico a 8 anni proprio per paura dell’acqua: mio fratello mi metteva su uno scoglio davanti a Castel Dell’Ovo e, se non cantavo, minacciava di buttarmi in mare». 
Ma ora sa nuotare? 
«Dopo tanti anni, ora qualche bracciata la so fare». 
C’è chi dice che i live sono il futuro della musica. Lo pensa anche lei? 
«Io lo dico da sempre. E poi la gente è stanca del velo che la separa dall’artista che ama. Per questo il teatro non potrà mai morire, perché c’è un contatto vero col pubblico». 
A proposito di live: la musica è nel mirino del terrorismo a quanto pare. Lei ha paura? 
«La musica è nel mirino, ma è sempre stata dirompente nella risposta anche a chi fa finta di non sentire, che è il sordo peggiore. Paura? Se pensiamo che ormai gli attentati sono anche sulle passeggiate del lungomare allora non usciamo più di casa, e questo sarebbe il vero problema. Ormai c’è la paura della paura, che è la cosa peggiore». 
Insieme a lei sul palco dei Wind sono stati premiati anche ragazzi giovani che vengono dai talent. Cosa pensa di questi format? 
«All’epoca i nostri Cantagiro, Canzonissime e Dischi per l’estate erano un po’ dei talent. Ora non ci sono altre possibilità per far venire fuori giovani artisti. L’unico pericolo è che questi ragazzi arrivano dai programmi sentendosi già divi». 
Sa chi è Riki, appena uscito da Amici
«Onestamente no». 
Lei lo avrebbe fatto un talent se fossero esistiti ai suoi tempi? 
«Li ho fatti, a modo mio. Ho vinto un Cantagiro nella serie B, diciamo. Non è accaduto niente e ho continuato a farmi battesimi, matrimoni e feste di piazza. Prima di arrivare al successo di Rose rosse avevo pensato di lasciare Roma un paio di volte, perché fino ad allora per me era stato un fallimento. All’epoca, va detto, eravamo mille. Ora sono un milione. La gente non sa più chi seguire». 
Che consiglio dà a questo milione di aspiranti? 
«Andate a farvi le ossa, andate con la chitarrina e il complessino nelle balere». 
Le hanno mai chiesto di fare il giudice o il coach in qualche programma? 
«Molte volte, ma ho sempre rifiutato. Io non giudico nessuno, sono ancora giudicabile. E poi perché giudicare una persona alzando una paletta e dicendo no?». 
Però lo scorso anno a Sarà Sanremo, programma trasmesso su Rai Uno nel quale si sceglievano i giovani concorrenti per le nuove proposte della 67a edizione del Festival, lo ha fatto... 
«Sì e l’ho patita molto. E poi non son d’accordo quando fanno fare i giudici a persone che ancora debbono imparare loro». 
Visto che i dischi non si vendono più, secondo lei 
ha ancora senso parlare di classifiche di “vendita”? 
«Per forza di cose, anche solo per solleticare il mercato. Ma la domanda non è questa». 
Qual è? 
«Se io dovessi comprare un cd, cosa compro in questo momento? Perché devo comprare qualcosa che non mi appartiene? A Roma dicono: parla come magni. E allora, cerchiamo di recuperare la nostra musica, anziché far cantare solo in inglese come in certi talent. Cantare in inglese non è difficile. Farlo in italiano, difficilissimo». 
Lei ha interpretato canzoni importanti, da De Andrè in giù. Come fa ad essere sempre credibile? 
«Bisogna conoscere chi ha scritto, più che la canzone in sé. Per Sogno o son desto mi son rifatto recentemente l’ascolto di tante canzoni. E ne ho dovute scartare molte perché non mi son sentito all’altezza di cantarle». 
Di cosa non si è sentito all’altezza? 
«Cito anche io De André, il sommo poeta. La canzone di Marinella. Sembra facile, ma io penso di dover ancora maturare per poterla cantare». 
Sogno o son desto pare tornerà per la quarta edizione in prima serata al sabato sera su Rai Uno. Conferma? 
«Speriamo ci sarà». 
Quanto le piace fare tv? 
«Non mi fa impazzire, prendo la tv per quello che mi può dare». 
Ovvero? 
«Mi dà la curiosità, è stimolante e ogni volta, è una scommessa. E poi mi affascina ancora pensare che da quel tubo catodico si entri in tante case diverse». 
Com’è cambiata (o non è cambiata) la Rai, secondo lei che la conosce bene? 
«Non la conosco bene, sinceramente». 
E il tetto dei 240mila euro anche per gli artisti la convince? 
«Dovrebbero metterlo anche ai calciatori, allora». 
I calciatori non li pagano con soldi pubblici, però... 
«Certo, ma per quanto riguarda la Rai ci sono anche sponsor dietro che non ci sarebbero senza determinati artisti. È un cane che si morde la coda». 
La prima volta A Sanremo a 17 anni. Lo vinse nell’88 con Perdere l’amore. L’ultima volta è stata nel ‘97. Ci tornerebbe? 
«No». 
Così netto? 
«Sì. Perché son vecchio. Sanremo è una cosa per i giovani e lo dico con grande serenità. Sono stato invitato spesso, ma ringrazio e declino sempre». 
Allora, forse, le piacerebbe condurlo? 
«Assolutamente no. Lascio una cosa del genere a chi sa farla. Tipo Carlo Conti». 
Ha mai presentato canzoni che poi sono state scartate? 
«Non ho più portato nulla, proprio perché sento di dover e volere lasciare il posto a chi c’è ora». 
Si era parlato di un tour a tre con lei, AlBano e Gianni Morandi. Perché non se ne è più fatto nulla? 
«La faccia a Gianni questa domanda. È un peccato, perché sarebbe stata una cosa davvero curiosa». 
A proposito di Morandi: cosa pensa della sua rinascita social e del featuring con Fabio Rovazzi? 
«È fantastico: evviva Gianni. Volevo anche chiamarlo per fargli i complimenti». 
Lei lo farebbe? 
«Assolutamente sì». 
Guardi che poi Rovazzi la contatta, stia attento... 
«Va beh, ma lui ormai l’ha fatto con Gianni. Però accetterei con il Rovazzi della situazione. È stata un’operazione divertente. C’è una sola vita, non se lo scordi». 
Per molto tempo è stato vicino a Rifondazione Comunista. Ora che Rifondazione non c’è più, per chi firmerebbe un appello al voto? 
«Ero molto amico di Bertinotti, è vero. Ammesso che si voti a settembre, le dico che il voto è un fatto di coscienza, soprattutto umana. Per me la cosa importante sarebbe sapere prima cosa ha fatto la persona che si sceglie di votare, le sue malefatte. Si vengono sempre a sapere dopo». 
Si riferisce a qualcuno in particolare? 
«No. Ma la cosa importante è entrare nella cabina elettorale ed essere sicuri di ciò che si sta facendo. Bisogna crederci davvero». 
E lei ci crede? 
«Io devo crederci. E dovrebbe farlo anche lei. Sennò è la fine». 
Attore, cantante, conduttore. Chi è Massimo Ranieri? 
«Lei si aspetta che io le dica cantante?». 
Sinceramente, sì... 
«Dovrebbe essere così. Poi, però, quando sono lì che rifletto la notte con la testa sul cuscino, penso che se non ci fosse l’attore in fondo non ci sarebbe nemmeno il cantante. Canto grazie al fatto che so recitare, grazie a grandi maestri come Patroni Griffi, Strehler, Garinei, De Sica». 
Lei sa di piacere molto alle donne? 
«No (ride, ndr)». 
Allora glielo dico io: lei piace molto alle donne. 
«E io le ringrazio...».