ItaliaOggi, 14 giugno 2017
Diritto & Rovescio
Si sente circondato nel sindacato «da tristi figuri, satrapi, avventurieri da strapazzo». Riaffiora, carsica, «la voglia tremenda di mollare tutto», il desiderio di gridare: «Non sono uno di questi!». Anche nel partito (il Pci poi Pds) vede «anime morte che si incontrano senza comunicare» con un Occhetto «ammantato di improvvisazione e povertà culturale» che reagisce alle critiche «con minacce e prepotenza». D’Alema gli «ricorda in caricatura il personaggio di Elikon nel Caligola di Camus». Bertinotti è «un movimentista senza obiettivi, disperatamente parolaio» disceso nel «suo personale inferno di degradazione morale». Quelli del Manifesto sono alimentati «da disonestà intellettuale e di narcisismo laido». Chi scrive questi giudizi è Bruno Trentin, segretario generale della Cgil dall’88 al ’94, nel suo diario che viene pubblicato solo oggi, a dieci anni dalla morte. Perché non faceva in pubblico queste valutazioni? Avrebbe contribuito a migliorare il Pds e la Cgil contro «il machiavellismo volgare delle ideologie rinsecchite». Ma lui, invece, zitto e mosca.