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 2017  giugno 13 Martedì calendario

Troppi e senza esperienza il record di deputati. Un’incognita per Macron

PARIGI In politica anche gli spazi sono un segnale decisivo. Per esempio non c’è spazio per i nuovi deputati di En Marche all’Assemblea Nazionale: se davvero arriveranno in 400 o più su 577 deputati, non ci sarà posto per un’aula del gruppo del partito di Emmanuel Macron. E invece magari ci sarà troppo spazio in rue de l’Abbé Groult, la sede di En Marche, visto che quasi tutti i capi di sono trasferiti all’Eliseo. Fra l’altro a l’Abbé Groult uno spazio rimane simbolicamente deserto, ed è l’ufficio che occupava Macron. Neppure ti ci fanno affacciare. La presidente ad interim del partito, Catherine Barbaroux, non osa entrarci: «Sono una presidente provvisoria, non ho bisogno di quell’ufficio», diceva ai giornalisti domenica notte.
Ma a Palais Bourbon, la sede dell’Assemblea Nazionale, il problema- spazio è un simbolo molto più che evidente: Macron dovrà gestire una vittoria colossale. A parte l’aula delle sedute plenarie, nel palazzo non c’è luogo per contenere i più di 400 deputati che En Marche dovrebbe confermare domenica prossima. L’aula Victor Hugo al piano interrato dell’edificio Jacques-Chaban Delmas, al massimo contiene 350 persone. «Sarà un’impresa governare un gruppo parlamentare di 400 deputati», dice uno dei collaboratori di En Marche: il portavoce Christophe Canter è diventato ministro di Stato ai Rapporti col Parlamento e si è candidato. Per il momento ha vietato a tutti dichiarazioni con nome e cognome, ai giornalisti adesso solo informazioni logistiche.
Un lavoro difficile gestire i nuovi deputati: più della metà dei candidati non ha nessuna esperienza politica, vengono per davvero dalla società civile, hanno presentato i loro curricula inviando una mail. Eppure già nella formazione del governo nato il 17 maggio, Macron è stato molto saggio. In campagna elettorale aveva detto “non prenderò nessuno dei ministri di Hollande” e invece giustamente si è portato dietro un paio di ex colleghi che aveva apprezzato quando lui stesso era all’Economia. Sono Jean-Yves Le Drian, il ministro della Difesa che era l’alter ego di Hollande. E Annick Girardin, dei radicali di sinistra apparentati al Ps. Le Drian è andato agli Esteri, e Macron gli ha affiato una prima missione: partito a razzo per il Medio Oriente, in pochi giorni ha battuto a tappeto il Nord Africa con un occhio innanzitutto alla Libia. Per non parlare della mediazione sul Qatar che Macron ha assunto in prima persona.
A capo del governo, in questo mix di “sinistra-centro-destra”, Macron ha scelto Edouard Philippe, l’ex sindaco di destra di Le Havre, individuato proprio per colpire i Républicains e per confermare le sue aperture all’elettorato conservatore. Come pure di destra è il ministro dell’Economia Bruno Le Maire. Philippe dovrà presentare in Consiglio di ministri il 21 giugno un progetto che di fatto rende permanente lo “stato d’emergenza” dichiarato contro il terrorismo. In campagna elettorale Macron aveva ripetuto più volte che «i terroristi non riusciranno a indebolire la nostra democrazia e le sue regole». Macron diceva no all’instaurazione di uno stato di polizia, ma il progetto che il premier ha mandato in visione al Consiglio di Stato prevedrebbe proprio questo. Altro tema caldo, la riforma del codice del lavoro, con la possibilità di licenziamenti più facili. Il piano è finito sui giornali la settimana scorsa, e il ministro del Lavoro ha detto che vuole denunciare i giornali. Molti prevedono qualcosa di delicato, o di drammatico: “Se non ci sarà opposizione in Parlamento, ci sarà opposizione nelle piazze”. Macron lo sa benissimo, e di sicuro sta già lavorando anche a questo.