la Repubblica, 13 giugno 2017
L’amaca
Nel suo piccolo, il processo Corona è una pillola che contiene molta della nostra storia recente. C’è una inettitudine etica veramente notevole; una ingordigia di quattrini patologica; l’evasione fiscale intesa come mezzo gaudio più che come mal comune; e donne, e localini, ed eccitanti, e giovani festanti, come in una specie di reiterazione eterna della commedia all’italiana che si conferma, nel 2017, come il genere di drammaturgia meglio calzante alla nostra comunità che è furba e cretina fifty-fifty (rivedere il Sorpasso per inquadrare, a colori e mezzo secolo dopo, Corona e la sua corsa sempre in bilico sul precipizio).
A tutto questo, a parte i reati conclamati (l’evasione fiscale, il bottino nascosto sotto il materasso) come si può pretendere di dare una soluzione giudiziaria? La condanna tutto sommato molto mite questo ci dice: ragazzi, dovete smetterla di pretendere che esista una soluzione giudiziaria alle vostre magagne. Provate ad arrangiarvi, perché il reato di “italianità”, e pena conseguente, non esiste, e dunque non è la magistratura che può levarvi le castagne dal fuoco. I reati, si sa, sono reati, ma sono appena un sintomo della vostra malattia. Curatevi. Non illudetevi che basti una sentenza a farvi ritornare sani.