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 2017  giugno 13 Martedì calendario

Punto esclamativo: il segno dei tempi

L’eccesso ha reso inutile il punto esclamativo: talmente abusato da sostituire il punto fermo e il punto interrogativo, rischia di rimanere, nella frase, triste solitario y final. In giro se ne vedono ovunque. Basta accedere a Facebook. La solitudine del punto esclamativo (Il Saggiatore) è il nuovo libro del linguista Massimo Arcangeli, dove si va alla ricerca delle radici (antiche) dei segni grafici, per scoprire che tanti vezzi attuali sono riemersi da una lunghissima vita più o meno sotterranea: e così troviamo chioccioline altomedievali, cancelletti rupestri, faccine ottocentesche. Altri abusi sono pressoché inediti: le parentesi tonde (anche in funzione emoticon) e i puntini sospensivi fuori controllo. Langue viceversa, come si sa, il punto e virgola, il cui funerale fu celebrato qualche anno fa da Pietro Citati: sarebbe interessante verificare quanto (non) lo usano gli scrittori. Poco male, in fondo. Gli usi, i non usi e gli abusi dell’interpunzione sono spesso indicatori generazionali: Enrico Palandri, nel suo Boccalone, romanzo di culto del ‘77 bolognese, eliminò il punto fermo prima di andare a capo (con la minuscola).
Anzi, no. Poco male un corno: i segni grafici, in genere, accompagnano la sottigliezza dell’argomentazione, le sfumature e le pause interiori: «Una virgola ben messa dà luce a tutto il periodo», secondo Leopardi. Va da sé che quando viene messa male finisce per farci arrancare nella foschia. Se lo scapigliato Carlo Dossi, sentendo l’esigenza di qualcosa a metà tra la virgola e il punto e virgola, inventò le due virgole sovrapposte, oggi la tendenza è semplificare. Diradati anche i due punti, che per Totò e Peppino erano uno status symbol («Punto! Due punti! Ma sì, fai vede’ che abbondiamo... Abbondandis adbondandum...»). In anni lontani Gadda, giurato di un premio di poesia, lamentò che i concorrenti disseminavano nella frase virgole e punti e virgole «come capperi nella salsa tartara». Ma il punto esclamativo! Nacque con Petrarca, nella seconda metà del Trecento, per legare una frase con la successiva. Oggi serve ad alzare il tono, a enfatizzare: due, tre, quattro, sei di seguito, dieci, dodici, intere falangi, eserciti di punti esclamativi, non si bada a spese («abbondandis adbondandum...»). Talmente abusati da essere inutili quanto assordanti, come certi latrati da talk show che invitano a spegnere la tv.