Corriere della Sera, 13 giugno 2017
Pep, «bandiera» fuori dal campo. Per la Catalogna e contro Madrid
Calcio d’inizio per la campagna referendaria in Catalogna, ed è il piede di Pep Guardiola a toccare palla per primo. L’allenatore del Manchester City, nonché ex ct del Barcellona ed ex centrocampista delle Furie Rosse, è da domenica testimonial ufficiale dell’indipendentismo e degli indipendentisti che, guidati dal presidente della Generalitat Carles Puidgemont, si dirigono all’appuntamento con le urne, il primo ottobre, decisi a liberarsi dal «giogo»di Madrid. Non li fermeranno le sentenze dell’alta Corte costituzionale né le minacce del presidente spagnolo Mariano Rajoy, che intende impedire «con ogni mezzo» un passo dalle conseguenze preoccupanti per il governo.
Si fosse limitato, come ha già fatto, a sostenere il diritto all’autodeterminazione dei catalani, forse Pep si sarebbe risparmiato le accuse più sanguinose e triviali che si è attirato leggendo invece un manifesto in cui ha definito la Spagna uno «Stato autoritario»: quando Francisco Franco è morto, nel 1975, lui aveva appena 4 anni, ma molti spagnoli hanno ancora ben nitido il ricordo della vita quotidiana ai tempi della dittatura e hanno fischiato il «fallo». C’è chi ha rinfacciato a Guardiola di essere stato il benevolo ambasciatore sportivo di uno Stato non propriamente democratico e sensibile ai diritti umani come il Qatar, dove ha concluso la sua carriera di calciatore. E chi, come il presidente del Partito popolare (al governo a Madrid) in Catalogna, Xavier García Albiol, ha diffuso un’immagine del tecnico con la maglia della Spagna, lo «stato autoritario» che non doveva sembrargli tale quando gli pagava ingaggi milionari.
Figlio di un muratore e di una casalinga di Santpedor, a nord ovest di Barcellona, Pep non ha mai negato o dissimulato il suo appoggio al distacco della regione da Madrid e dalla casa reale dei Borbone. Più volte ha vagheggiato di poter militare in una nazionale catalana e si è lasciato fotografare volentieri, il 9 novembre 2014, mentre deponeva la scheda con il suo incondizionato doppio «sì» alla consultazione popolare, solamente simbolica, celebrata nell’autunno di tre anni fa: sì alla nascita di uno stato catalano e sì all’indipendenza dalla Spagna.
Quindi non è stata una sorpresa la sua apparizione, davanti a 30 mila sostenitori, sulla collina di Montjuïc, a Barcellona, per annunciare che il referendum si farà, piaccia o non piaccia al potere centrale, e per chiedere l’appoggio della comunità internazionale: «Ci appelliamo a tutti i democratici, in Europa e nel mondo, perché stiano al nostro fianco in difesa di diritti minacciati oggi in Catalogna, come la libertà d’espressione».
Il riferimento di Guardiola era forse ai processi celebrati contro gli organizzatori del referendum di tre anni fa, che si concluse con la vittoria dell’indipendenza catalana, sostenuta da oltre l’80% dei voti, anche se solo il 40% dell’elettorato si era presentato ai seggi. Ieri, da Madrid, la vice presidente del governo, Soraya Sáenz de Santamaría, ha ribadito che l’autorità centrale non resterà a guardare e che i costi di un nuovo referendum, considerato illegale dalla Corte costituzionale, non sarà a carico dei catalani, ma personalmente dei suoi promotori. A Barcellona i leader dei partiti indipendentisti non appaiono intimoriti e fissano la festa di Sant Joan come data di avvio della campagna che, dal 25 giugno a fine settembre, cercherà di riscaldare la ribellione catalana: «Non esiste un piano B» assicura la presidente del parlamento Carme Forcadell.
Quanto all’atteso sostegno internazionale, economisti e opinionisti sembrano perplessi: uno Stato indipendente della Catalogna potrebbe ancora fare parte dell’Unione Europea? Le sue banche avrebbero ancora accesso al credito della Bce? Nessuna reazione è prevedibile fin d’ora da Bruxelles che, anche se non si farà garante dell’unità nazionale spagnola, ha da tener d’occhio le spinte indipendentiste in casa, nelle Fiandre o in Vallonia.