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 1977  marzo 10 Giovedì calendario

La difesa di Moro «La Dc è sacra»

Il grande dibattito cominciato mercoledì sulla proposta della commissione Inquirente di mandare gli ex ministri Gui e Tanassi davanti all’Alta corte per lo scandalo Lockheed, è finito e oggi si vota. Lo ha chiuso Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, che è uscito ieri alle 16.15 da un’aula spaccata in due, traumatizzata: deputati dc e destra, uniti in un clima di «revanche»; la sinistra (comunisti, socialisti e repubblicani) incupita, amareggiata e ostile.
L’atmosfera è mutata. I giorni dell’accusa, le requisitorie di D’Angelosante, Felisetti, Spagnoli, sembrano lontani. Ieri la Dc si è presentata in aula ancora sotto il «doping» dell’intervento di Luigi Gui che martedì ha raccolto un successo indiscutibile, di forte effetto psicologico, anche se forse poco rilevante dal punto di vista processuale. I deputati democristiani hanno aperto le ostilità fin dal primo mattino, interrompendo spesso e con arroganza il senatore Perna, sostenendo con applausi «di squadra» il senatore Saragat che difendeva Tanassi, osteggiando Lelio Basso con rumori e clamori, e infine sostenendo Aldo Moro con alte grida, ovazioni scroscianti e levando insulti contro i colpevolisti.
Quando Moro ha cominciato a parlare erano le 13 e 43 minuti. Aula gremita, parlamentari in piedi, silenzio teso delle grandi occasioni.
Moro si leva in piedi da un alto scranno della settima fila, curvo ma deciso, smagrito ma ferrigno nel suo completo blu scurissimo, e le sue prime parole non promettono tempesta: «Questo è un momento importante del processo e non un intermezzo politico», ha detto con un tono dimesso, appena cantilenato. Un tono che avrebbe abbandonato nel volgere di mezz’ora, passando attraverso timbri di tensione, di polemica, e poi, via via, di crescente durezza.
In aula Forlani, al primo banco della destra, ha socchiuso gli occhi e si è appoggiato allo schienale, come Gui, che si è tolto gli occhiali e ha girato la testa verso i comunisti. Nenni stava fermo e attento, così come Craxi che con una mano sulla fronte cercava di non perdere una parola di questa orazione che si sapeva decisiva.
Che cosa avrebbe detto Moro, oltre a difendere Luigi Gui? Si sarebbe limitato a spezzare una lancia anche a favore di Tanassi? Avrebbe parlato del quadro politico? E il tono: che tono sarà? Conciliante o violento? Di rottura o di ricucitura?
Moro non ha sciolto rapidamente questi enigmi: diceva della rettitudine di Gui e l’inquisito ha ripreso a piangere, sommessamente e compostamente. Tutti gli uomini della Dc erano fissi sul loro leader, anche Giulio Andreotti era attento ma il presidente del Consiglio non ha mai applaudito, non ha partecipato alla tempesta emozionale che di li a poco si sarebbe scatenata.
Si parla dei C-130, aerei opportuni quant’altri mai, dice Moro, e saggio fu acquistarli. Si va avanti con la famiglia Olivi (1) e le lettere d’intento. Con toni apparentemente cortesi ecco che Moro comincia ad attaccare la relazione di D’Angelosante: la definisce, «mi scuso del termine, settaria». Sale da sinistra un mormorio.
Moro prosegue: ci fu un funzionario ad assistere al famoso colloquio fra Gui e gli uomini della Lockheed.
Pajetta sparpaglia gli appunti che ha sul banco: «Chi? Chi? Ce lo volete dire chi diavolo fu?».
Moro va avanti e passa a Tanassi. Dice che è un galantuomo, merita di uscire a testa alta. Mimmo Pinto scatta in piedi urlando come un matto: «Bravo! Bravo Moro» e si scatena in un frenetico applauso personale. Moro tace un attimo, sembra rinsecchirsi sul microfono, beve un bicchier d’acqua. Dai banchi a lui vicini sale un brontolio, e qualche esclamazione soffocata. Ingrao tintinna col campanello. La tensione sale. Moro lo avverte. Non sembra che la tensione lo metta a disagio. Ecco che perentoriamente afferma: «Dc e Psdi hanno lo stesso patrimonio».
"Sì, il patrimonio della corruzione!» si grida da sinistra. Boato sordo da parte democristiana. Moro tace di nuovo e riprende. Dice che, certo, qualcosa di torbido talvolta si verifica, ma bisogna stare attenti.
«E già, adesso la corruzione ce la siamo inventata noi!» fa Mellini dai banchi radicali.
Moro beve di nuovo, lascia sedare il brusio e avverte: «non ci devono essere vittime sacrificali, non si devono fare sacrifici umani». Urla: «Ma va...». Moro sospira brevemente e scandisce poche parole, col tono di chi chiede l’applauso: «È in gioco la libertà». I deputati dc saltano in piedi: è un’ovazione.
Ingrao è preoccupato: «Onorevoli colleghi, vi prego, lasciate continuare l’oratore; onorevole Moro, la prego, prosegua».
Da adesso l’orazione di Moro va avanti a scossoni, interrotta e applaudita, mentre crescono l’amore e l’odio. Dice: «in futuro ricordiamoci: basterebbe il giudice ordinario». E dai banchi del Pci: «O qualunque Spagnuolo».
La requisitoria va avanti: il tessuto sociale è lacerato, la violenza è presente, l’ordine è minacciato. E poi, dice Moro, questi Pinto, questi Corvisieri, i radicali, che modi, che goffaggine: «con modi grossolani e irresponsabili hanno attaccato anche il capo dello Stato». È stato l’unico riferimento a Leone del discorso di Moro, ma serve a chiamare un altro applauso.
Pannella: «Ma è amico di Lefèbvre (2) o no?».
Dai banchi fascisti (i missini furono determinanti per eleggere Leone) si urla e si mostrano i pugni.
Moro adesso va giù duro, cadenzato, dice che la Dc è forte, è potente, è vincente, «fa quadrato intorno ai suoi uomini». E poi ancora, sempre più teso: «Non ci processerete sulle piazze, non ci lasceremo processare». Applausi, urla, ironia, insulti.
«Noi», dice Moro «non siamo disposti a baratti per ammiccamento». Ovazione.
Pajetta: «Però a Tanassi l’hai fatto l’ammiccamento».
Putiferio, il Parlamento è una bolgia, i fascisti minacciano di uscir fuori dai banchi, Ingrao è furioso, picchia il campanello ritmicamente sul suo tavolo e scandisce sillabando e gridando, rosso in volto: «Onorevoli colleghi! Come si permettono! Io non consento!».
Moro spiega che la Dc è l’anima morale del Paese.
Pannella: «E tu sei l’anima degli omissis» (3).
Moro: «Il nostro partito è pieno di nomi di galantuomini».
Zito (Psi): «Sì, Gava, Gioia, Lima, Ciancimino».
Moro: «Il nostro regime vi ha dato lo libertà». Applausi, deliranti.
Romualdi: «La vera libertà la dava il fascismo!».
Il comunista Martorelli: «Sì, ci avete dato Piazza Fontana!».
Moro è alla fine. Si libera dell’ultimo foglio: «Faremo ancora il nostro dovere». Non solo la Dc, ma tutta la destra gli è intorno in un uragano di applausi. Tanassi arranca sui gradini per abbracciarlo, Gui ha smesso finalmente di piangere e lo stringe, Rumor lo bacia senza esitazione, arrivano in sodalizio Lupis, Gava padre, Zaccagnini, Piccoli, Bodrato, gli uomini della palude, i volti nuovi della Dc, tutti. Solo, curvo, impeccabile e indecifrabile, sta Andreotti. Ha un sorriso di circostanza sul volto.
In mattinata (la seduta di ieri è iniziata alle nove ed è andata avanti fino all’esaurimento degli interventi, cioè fino alle 15.15 quando Moro ha chiuso il dibattito) avevano parlato Lelio Basso (una dura requisitoria contro Gui e contro la Dc), il demonazionale Delfino, il capogruppo «socialista alla Camera, Balzamo («voteremo per il rinvio di Gui e Tanassi e degli altri imputati, affinché questa vicenda sconcertante ed amara si chiuda limpidamente»), il comunista Perna (un attacco perentorio contro Luigi Gui che risentiva chiaramente del «recupero» di quest’ultimo con la storia dell’«alibi» per il famoso incontro del 14 dicembre 1969 (4) ) e Giuseppe Saragat.
L’ex presidente della Repubblica, vestito di nero, un po’ tremante, enfatico, ha sciorinato grandi fogli, ha difeso Tanassi con foga ma, si direbbe, scarsa convinzione. Anzi, mentre parlava, mezzo Parlamento si è abbandonato alle letture e alla conversazione. Saragat si è irritato: «Io prego i colleghi che vogliono uscire, di andarsene: non siamo al cinematografo». Qualcuno, dai banchi demoproletari gli ha cantilenato «Scemo, scemo», secondo l’ultima moda degli indiani metropolitani.
Note: (1) Luigi Olivi, mediatore nell’affare Lockeed. (2) Ovidio Lefèbvre, un altro mediatore dell’affare Lockheed. (3) Aldo Moro, nella sua qualità di presidente del Consiglio, oppose per tre volte il segreto politico-militare (i cosiddetti «omissis») ai giudici che gli chiedevano informazioni. Una prima volta, nell’agosto del 1964, gli omissis coprirono le responsabilità politiche dell’affare De Lorenzo-Sifar. Moro rispose al magistrato negando informazioni e riducendo il progetto di colpo di stato a «qualche deviazione del Sitar per colpa del generale De Lorenzo». Nel dicembre del 1974 gli omissis servirono a coprire Guido Giannettini, sulla cui attività aveva chiesto informazioni il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana. Infine, nel febbraio-giugno del 1975, Moro oppose il segreto al giudice Luciano Violante che indagava sul golpe bianco tentato da Edgardo Sogno e voleva notizie sul ruolo svolto da quest’ultimo nel Sid. Proprio il giudice Violante, dopo la risposta negativa del capo del governo, ricorse alla corte costituzionale. Questa, 1’11 febbraio 1977, gli diede ragione, sentenziando che il segreto politico-militare non poteva essere invocato «per impedire l’accertamento di fatti eversivi dell’ordine costituzionale». Forti di questa sentenza, il 26 maggio i giudici del processo sulla strage di piazza Fontana ordinarono a tre ministri di consegnare I documenti raccolti dal Sid sull’intero affare. (4) Il comunista Spagnoli, nella sua requisitoria contro Gui, aveva sostenuto che questi s’era incontrato con il presidente della Lockheed, Kotchian, la mattina di domenica 14 dicembre 1969, proprio mentre il paese era in lutto per la strage di piazza Fontana avvenuta solo due giorni prima. Gui, nella replica, documentò che in quel giorno era a Padova, nella sala della Gambaria, a inaugurare una mostra di scultura.