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 1977  febbraio 27 Domenica calendario

La Base s’arrabbia Bettino nei guai

Il telefonista della federazione bolognese socialista rispondeva: «Sì, il comizio di Craxi è confermato, se avrà il coraggio di venire». Craxi il coraggio ce l’ha avuto, ma quella di Bologna è stata forse la giornata più dura della sua vita politica. A Parma, ieri sera, era stata tutta un’altra cosa, ma lì nessuno se la sente di censurare gente di altri partiti con il morto in casa dello scandalo edilizio (1): allora molta organizzazione, «alla comunista», duemila e cinquecento persone, nessuna aperta contestazione, e Craxi molto abile che riscuote successo ed applausi quando dice che il Psi non tornerà al governo con la Dc.
Craxi a Bologna, quando è arrivato alla sede regionale del partito, l’ha trovata praticamente occupata dai quasi 150 socialisti veneti, di Trento, Padova, Vicenza, venuti con due pullman apposta per incontrarsi e scontrarsi con lui. I veneti avevano portato bandiere rosse e cartelli polemici: «Non vogliamo essere complici di Rumor», «le antilopi sono anche fra noi».
Quando Craxi è uscito, dopo un’ora di battaglia, era visibilmente provato, ma si è impigliato nella folla che gremiva il corridoio e in ogni gruppo ha dovuto ricominciare la difesa: «Tutta la direzione aveva deciso di rimettere la decisione ai gruppi parlamentari, io mi sono adeguato», «Il Psi non può fare processi di regime». Ma questi argomenti non passavano. I «mona» dei veneti si sprecavano, con i «che schifo» dei bolognesi.
Craxi ha avuto solo il tempo di mandar giù un boccone, ed eccolo di nuovo a tu per tu con i compagni, tutti bolognesi stavolta, nella sede della federazione, dove il dibattito era meno emotivo ma assai più duro. Vengono all’attacco i sindacalisti: «Siamo in ginocchio nelle fabbriche», dice Giancarlo Trocchi, numero uno dei socialisti nella Cgil bolognese. Interviene un altro sindacalista, Cazzola: «Abbiamo voltato pagina, ma il passato ci viene ancora addosso».
La discussione finiva alle 17.15, perché tutti dovevano spostarsi alla sala Europa del Palazzo dei Congressi per il discorso di Craxi. Intorno alla sala una sola bandiera rossa, uno striscione, «Lockheed-Rumor la base si vergogna», e una fila di cartelli: «Craxi, le belle parole fanno solo Rumor», «Il Psi è quello delle sezioni, non dei ministeri». Quasi mille i militanti socialisti presenti.
Parlava per primo Paolo Babbini, segretario federale: «Purtroppo non riusciamo a cancellare il passato, ogni tanto ci sono colpi di coda, ritorni di fiamma, i compagni sono disorientati» (grande lungo applauso). «Così come abbiamo appoggiato il nuovo corso nel partito, così oggi con tutta franchezza esprimiamo il nostro dissenso con la decisione di Roma». Babbini diceva ancora: «Esprimiamo il nostro dissenso, sapendo che possiamo farlo, mentre in altri partiti, questo non è possibile».
Craxi ha esordito bene: «Quali che siano state le motivazioni per non raccogliere le firme, è certo che non si è trattato di un messaggio diretto alla Dc per ristabilire il clima idoneo ad un ritorno del Psi al governo. Non ci sarà il ritorno del Psi al governo, non ci sarà il ritorno alla collaborazione con la Dc nella forma del centro-sinistra né in quella che ci è stata proposta». Ha avuto, su questa dichiarazione, un lungo applauso. E ha insistito: «Abbiamo assunto una linea, terremo fede alla parola data». Ma poi ha tirato in lungo sull’esame della situazione politica, quando l’assemblea era impaziente che si arrivasse al punto cruciale delle firme non raccolte. E quando vi è giunto, ha detto: «Questa decisione, giusta o sbagliata che sia, è stata presa nella più completa libertà di coscienza: nessuna pressione, nessun ricatto, nessun baratto».
Qui sono sorti i mugugni e le proteste. Craxi ha detto allora: «Se ci sono questioni, negli atti dell’Inquirente, che riguardano nostri compagni, le affronteremo a viso aperto». Ma i dissensi continuavano e fioccavano le interruzioni: «Avete sbagliato», «indovina se era giusta o no la decisione?». E Craxi: «Non potete non riconoscere l’onestà del nostro comportamento», «quel che è accaduto forse ci nuoce».
Qui Craxi si è ripreso e ha avuto un applauso: «Il dissenso è sacro, ma l’unità ancora di più. Credetemi compagni, i ricambi sono difficili, io cercherò di essere nel partito un punto di equilibrio per quel che mi sarà possibile». Così ha concluso, ma la sala era fredda. Un anziano socialista si è alzato dicendo: «Il l’ha capì ch’ha fé una mègre».
Dopo il discorso, Craxi era distrutto. È andato difilato a stendersi su un divano in un salottino attiguo alla sala. Ma non era finita: dal palazzo dei Congressi, Craxi è tornato di nuovo alla federazione bolognese, per riprendere il confronto e lo scontro. Intanto, in quasi tutte le sezioni di Bologna, come già ieri, c’è assemblea permanente. Il giudizio generale è che, attraverso una decisione sbagliata, un punto politico è stato riconfermato: non passerà nessuna manovra per tornare al governo. E, nell’amarezza, una consolazione: «Il partito è ancora vivo».

Note: (1) Amministratori socialisti e comunisti di Parma vennero accusati di aver comprato o fatto comprare a poche lire terreni poi valorizzati con varianti al piano regolatore. Lo scandalo prese le mosse dall’azione promossa da Cristina Quintavalle, iscritta al partito comunista marxista-leninista, la quale riempì delle sue accuse ventiquattro lenzuoli e poi li stese dietro il Teatro Regio.