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 2017  giugno 12 Lunedì calendario

Sanità: la Ue prescrive una cura digitale. L’Italia può risparmiare 20 miliardi l’anno

Il Vecchio Continente invecchia sempre di più, ma l’Europa ha un piano: vuole trasformare le nostre debolezze – persino le malattie – in opportunità. Il fatto è che sul tavolo di Bruxelles sono piovuti numeri che fanno impressione: tra poco più di trent’anni, gli over 60 saranno il 35% della popolazione. L’Ue preme perché sulla sanità 4.0 sia diretta una buona fetta dei 70 miliardi di fondi per l’innovazione. E la sanità in Paesi come l’Italia potrebbe rappresentare un sesto della spesa totale. Ma la soluzione per non far esplodere il sistema, per non rinunciare al patto sociale e anzi per diventare persino competitivi c’è: si chiama “sanità digitale” e su questa terra promessa scommette tutto la Commissione europea.

Nei corridoi di Palazzo Berlaymont si formulano elisir di lunga vita: quella parolina magica, “digitale”, dovrebbe portare vantaggi al settore pubblico, alle imprese, ma pure ai ricercatori e ai giovanissimi delle startup made in Europe. All’Italia consentirà inoltre di risparmiare il 10-15% di spesa sanitaria, ovvero un punto di Pil. Vita più lunga e pure vita migliore, come pazienti e come europei. Ci sono due modi per “fare cassa” con il digitale, il primo è persino banale: smaterializzare significa risparmiare. Lo ha notato anche Bruxelles, che infatti punta a eliminare carta e burocrazia superflue, scommettendo su cartelle e ricette elettroniche, oltre che sui sistemi cloud. La seconda strada è quella
che porta più lontano, ma per metterla in atto serve una rivoluzione copernicana. Il baricentro del sistema sanitario deve infatti spostarsi dal “pianeta ospedale” al “pianeta paziente”. Sta qui il vero eldorado secondo la Commissione: nella telemedicina e nei monitoraggi personalizzati, che abbattono i costi degli esami a pioggia e riducono i tempi di ospedalizzazione. Del resto se ne sono accorti non solo gli europei ma pure gli statunitensi: ben un quinto della spesa sanitaria se ne va in cure sbagliate o non necessarie; personalizzare la cura, e quindi ridurre l’errore, significa far star meglio anche i bilanci. Lo sanno bene Finlandia o Danimarca, tra i Paesi del continente che più hanno fatto progressi in termini di utilizzo di servizi di cura digitali. Lo sa anche l’Olanda, che con il suo programma di telemedicina per over 75 è riuscita a dimezzare in soli due anni le spese per i consulti e al contempo ad aumentare il senso di benessere percepito tra i più anziani affetti da malattie croniche.

Senza frontiere
Per fare la rivoluzione (della salute), l’Unione non basta – ma fa la forza. Perciò Bruxelles inietta investimenti nei settori chiave: dirige fondi verso l’alta tecnologia, il mondo dei big data e i supercalcolatori per affrettare l’era della medicina di precisione, personalizzata, qui in Europa. Per gli europei i primi effetti importanti si vedranno già nel 2018, quando i loro dati sanitari diventeranno non solo sempre più elettronici ma anche sempre più senza frontiere, con l’adozione graduale della “cartella digitale europea”. In concreto, potremo farci curare dai migliori specialisti senza spostarci, o persino ricevere assistenza personalizzata mentre viaggiamo, promettono da Palazzo Berlaymont. Da una parte c’è l’abbattimento delle “frontiere” – il che significa la possibilità di trasferire dati omogenei fra i vari Stati membri, di usare in tutti i Paesi le prescrizioni digitali, di avere appunto una “cartella digitale europea”. Si tratta insomma di imbastire regole e modelli comuni, e su questo si concentrerà la Commissione sul finire del 2017. Ma per innescare un circolo virtuoso non bastano le regole, bisogna anche drenare fondi: perciò la sanità digitale made in Europe dovrà contare anche sugli sforzi degli Stati e potrà beneficiare di un investimento europeo per la digitalizzazione di ampio respiro: 50 i miliardi di investimenti pubblici e privati mobilitati dall’Europa per digitalizzare l’industria; e poi 21,4 miliardi di fondi rivolti alla banda larga; inoltre quei cruciali 5,5 miliardi di investimenti previsti da qui al 2020 per la ricerca e l’innovazione, e poi gli accordi milionari per sviluppare lo “high performance computing” d’Europa. Un cambio di paradigma che stando alle previsioni di impatto porta nelle casse della sanità europea un risparmio di almeno 69 miliardi all’anno proprio grazie alla digitalizzazione.

Paradosso all’italiana
Per l’Italia la partita è particolarmente importante: digitalizzazione del processo sanitario e conversione alla medicina personalizzata, possono valere un risparmio equivalente a un punto del nostro Pil: ci avviciniamo insomma ai 20 miliardi. Del resto, con il semplice uso di prescrizioni digitali, l’Italia può risparmiare 2 miliardi. Eppure il nostro Paese arriva poco puntuale all’appuntamento con il “cambiamento epocale”. Con Danimarca e Svezia tra le più volonterose, e con la Francia che stando alle promesse di Macron sembra davvero aver capito l’importanza della partita, l’Italia invece ancora arranca. Il 2014 avrebbe dovuto essere l’anno della svolta, con la stesura del patto nostrano per la sanità digitale. Tre anni dopo, Bruxelles spinge l’acceleratore sul Mercato Unico Digitale” ma da noi gli osservatori fanno i conti con un’occasione mancata. “Stallo” è la parola in cui Chiara Sgarbossa inciampa più di frequente, mentre commenta lo stato dell’arte. Lei, che dirige l’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano, parla di “risorse che mancano” e di “fortissimi ritardi normativi: dopo il 2014, per due anni tutto è rimasto sostanzialmente fermo”. Nel 2016, solo l’1,1% della spesa per la sanità italiana è stato dedicato alla digitalizzazione: 1,27 miliardi, cifra persino in calo (del 5%) rispetto all’anno precedente (1,34 miliardi). A Bruxelles piacerà sapere che l’investimento sulla cartella elettronica è notevole (65 milioni nel 2016), ma dispiacerà invece la lentezza con cui ci avviciniamo all’obiettivo. Intanto l’economia va avanti, le aziende si fondono e il mercato si contrae sempre di più (come succede con Dedalus che compra Noemalife). Già, perché in ballo non ci sono solo i risparmi pubblici, ma anche i profitti privati.

In cerca di unicorni
Sanità digitale non vuol dire business solo per il corollario di dispositivi e app, di servizi e cure persona-lizzate, ma anche per la miniera di dati che tutta la filiera promette di far mettere a profitto. Vale per i ricercatori e le università, che con i nostri dati elettronici potranno studiare profili e tendenze, ma vale anche per le aziende. Bruxelles promette di mettere al primo posto privacy e sicurezza: quei dati sono sensibili, dice l’Unione, che ha già varato il regolamento per la protezione dei dati e che a settembre farà passi in avanti anche per proteggerci dagli hacker, proponendo una sorta di “etichetta della cybersecurity” che attesti la sicurezza dei prodotti (sullo stampo di quella di classe energetica). Ovviamente però la e-health d’Europa fa gola ai colossi della tecnologia della Silicon Valley. Non è un caso che l’anno scorso il ramo venture di Big G, che maneggia circa 2,5 miliardi di dollari, abbia utilizzato due terzi dei suoi investimenti proprio nell’ambito della salute, o che Ibm metta a frutto i suoi sistemi di intelligenza artificiale in ambito sanitario. C’è spazio anche per le giovani start up made in Europe, per gli “unicorni” nostrani? Bruxelles è pronta a scommetterci, punta sul progetto “Startup Europe” e lavora a stretto braccio con le reti di startupper. Qualcuno nel cuore d’Europa spera persino di diventare la fucina di questo “mondo nuovo": Barcellona, ad esempio, punta a trasformarsi nella “Boston europea” del biotech. Ma la strada da fare, soprattutto per l’Italia, è ancora lunga – e gli scenari possibili sono tutti da costruire.