La Gazzetta dello Sport, 13 giugno 2017
«Il segreto di Nadal? La racchetta più pesante». Parla il coach Moya
In mezzo al Mediterraneo, a pescare con gli amici. Se li immaginava così, i suoi trent’anni, quel diavolo di Nadal: «Quando vinsi il Roland Garros per la prima volta nel 2005, e poi mi ripetei l’anno dopo, se avessi potuto prevedere il futuro avrei detto che nel 2017 sarei stato tutto il giorno in barca a Maiorca». E invece Parigi è ancora il suo Mar Rosso, dove l’onda lunga del decimo trionfo nel tempio sacro della terra ha travolto la storia per farsi leggenda.
AFFAMATO Un’impresa titanica. Con lo sguardo a sei mesi fa, inattesa per tutti. Ma non per Moya, che da dicembre affianca Toni nel ruolo di coach, in un triumvirato (c’è anche Roig) che ha garantito la restaurazione di Rafa e il ritorno sul trono. Quando El Tio (lo Zio) più famoso di Spagna annunciò al nipote che tempo dodici mesi si sarebbe occupato solo dell’Accademia, la scelta di Carlos fu una logica conseguenza: «È di Maiorca – dice Toni —, conosce Rafa fin da quando era bambino e per Rafa è stato un modello». L’ex numero uno del mondo, vincitore a Parigi nel 1998, dopo aver interrotto la collaborazione con Raonic si è avvicinato al nuovo incarico con il rispetto che si deve a un monumento: «Stiamo parlando di uno dei più forti giocatori di sempre – racconta – e quindi innanzitutto bisogna rispettarne le idee e le esigenze e cercare di fargli capire dove può essere utile la tua esperienza. Ma ciò che mi ha colpito di lui è la fame che gli ho letto negli occhi nonostante fosse fermo da sei mesi e la grande volontà di migliorarsi ancora. Senza di quella, non si va da nessuna parte».
FIDUCIA Il fenomenale inizio di stagione, a cominciare dalla finale in Australia, ha fatto il resto: «I risultati sul veloce hanno dato fiducia a lui e l’hanno data a me, rendendo tutto più semplice. Io sono arrivato nelle ultime tre settimane di preparazione invernale – ha ricordato Moya durante il torneo – ma Rafa si stava allenando dal 12 ottobre: sono stati due mesi intensi, la preparazione più lunga che abbia mai fatto, e gli effetti positivi si stanno vedendo».
DEDIZIONE Da sempre, il mancino di Manacor è un esempio di dedizione e applicazione nell’allenamento, però Carlos gli ha cambiato le prospettive: «A lui piace sacrificarsi, ma non ha più 17 o 18 anni. L’ho convinto a diminuire i carichi di lavoro, perché dopo i trent’anni conta essere fresco e riposato più a lungo, per allungare i tempi in cui poter rimanere competitivi. C’ero passato anch’io, viene un momento in cui devi renderti conto cosa serve di più e cosa serve di meno. Questa è l’esperienza che gli ho messo a disposizione».
LA TECNICA Poi ci sono gli aggiustamenti tecnici, così palesemente esplosi nella loro efficacia durante tutta la dura stagione su terra: «Innanzitutto abbiamo reso più pesante la testa della racchetta (con il lead tape, ndr) in modo da consentirgli di esprimere più potenza. Poi abbiamo lavorato sul dritto, che per i tanti problemi fisici aveva perso profondità: adesso non lo colpisce più così in alto, ma lo ha reso più veloce. Del resto le palle sono cambiate, sono un po’ più pesanti, perciò bisogna adattarsi e cercare di fare danni ai rivali in altri modi. Il rovescio, invece, non l’ha mai giocato così bene». Rimane solo il servizio: «Anche su quello si è concentrato tantissimo, in particolare sulla seconda palla. Ha aumentato la velocità per renderla meno prevedibile e adesso cambia di più la direzione, costringendo gli altri a pensare. Vogliamo impedire che l’avversario colpisca subito forte con il dritto e prenda il comando dello scambio».
MOTIVAZIONE Sembra un trattato di tennis, poi però serve che l’allievo metta insieme tutti i punti per il disegno perfetto. E Rafa è entusiasta di Moya: «Il suo sostegno in questi mesi è stato importantissimo per me. Lavoriamo molto bene insieme e si è creata la giusta alchimia fra tutto lo staff. Quest’atmosfera ha sicuramente inciso sui risultati. Non voglio fare confronti con il passato, tutti gli Slam che ho vinto sono stati emozionanti e mi hanno lasciato qualcosa, ma non c’è dubbio che dall’Australia io stia giocando molto bene, ho ritrovato aggressività, riesco a mantenere un livello alto molto più a lungo. Ovviamente, conta molto la condizione fisica, se il corpo risponde ai tuoi stimoli è più facile. E poi solo gli stupidi pensano che non si possa continuare a migliorare».
UMILE Umiltà. Dall’alto di quindici Slam e di dieci vittorie al Roland Garros. È il segreto che lo ha sempre fatto grande, cui non ha mai fatto mancare, neppure nei momenti più duri, un altro ingrediente fondamentale: «La mia motivazione è intatta. Io voglio continuare a lavorare duro per vivere giornate come queste. Ho una passione profonda per la competizione, sono felice di giocare a tennis. Non mi inquieta l’idea di alzarmi un giorno e di non avere più il fuoco per l’allenamento o le partite, vorrà dire che quel giorno mi ritirerò. Per adesso, però, non è un pensiero che mi assilla: si ricominciano a fare le cose che ho fatto fin qui, magari meglio. E se il fisico me lo consentirà, mi rivedrete ancora per un po’».
L’ERBA VOGLIO immediato si chiama Queen’s, e poi Wimbledon, anche se l’erba non è un’ossessione: «Chiaro, sono in fiducia e mi piacerebbe fare grandi risultati anche lì. Ma è la superficie più dura per il mio ginocchio, se avvertirò dolori non sarà la mia priorità». Il futuro, del resto, è tutto nelle parole di Moya: «Rafa è in salute, gioca bene e ha una straordinaria voglia di continuare a vincere: quando questa combinazione funziona, non si deve porre limiti». Zio Toni, invece, fissa il tempo: «Se starà bene, resterà a questi livelli per altri tre o quattro anni». Voglia di infinito.