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 1977  febbraio 25 Venerdì calendario

La Malfa e Craxi salvano Rumor

Il 3 marzo, giorno in cui inizierà la discussione in Parlamento sul caso Lockheed, Mariano Rumor non siederà sul banco degli accusati ma su quello dei giudici chiamati a decidere sulla sorte degli ex ministri Luigi Gui e Mario Tanassi. È stato salvato dai repubblicani e dai socialisti, che ieri hanno deciso di non sottoscrivere la richiesta di rinviarlo all’esame delle Camere riunite per stabilire quali responsabilità l’ex presidente del consiglio abbia avuto nello scandalo degli Hercules 110.
Si è concluso così un capitolo che se non tranquillizza l’uomo indicato dagli americani come l’Antelope Cobbler del caso Lockheed, ha aperto tuttavia una profonda ferita all’interno del partito socialista ed ha incrinato la credibilità di rinnovamento del gruppo dirigente del Psi nei confronti della base del partito e della pubblica opinione. Ed infatti già nel tardo pomeriggio di ieri, a poche ore dalla deliberazione presa dall’assemblea dei gruppi parlamentari socialisti con una maggioranza risicata di otto voti su 66 votanti, si sono susseguite le dichiarazioni pubbliche di dissociazione da parte di quei parlamentari che avevano votato difformemente dalla maggioranza.
I dissenzienti sono Riccardo Lombardi, Signorile, Achilli, Ballardini, Cicchitto, Castiglioni, Cresco, De Michelis, Ferrari, Labor, Mosca, Magnani Noya, Scamarcio, Viviani, Vineis, Manca, Mondino, Tiraboschi, Salvatore, Colucci, Aniasi, Capria, Vittorelli, Saladino, Querci, Le Noci, Monsellato, Polli, Carnesella. E c’è inoltre un ordine del giorno di dura critica contro la posizione scelta dal partito del segretario nazionale della Federazione giovanile, Andrea Parini. «È un errore grave» dice il documento della FGSI «non comprendere come il caso Lockheed sia un processo non a singoli uomini ma ad un intero regime. È all’Alta corte che devono presentarsi tutti coloro che per colpa o per ignavia hanno voluto o permesso la degenerazione e la corruzione delle istituzioni». È molto significativo che tra i firmatari delle varie dichiarazioni di dissenso dalla linea passata nei gruppi parlamentari ci siano molti membri della direzione e due componenti (Manca e Signorile) della segreteria nazionale.
Come contrappunto di questa drammatica spaccatura che ha diviso il Partito Socialista su una questione che si potrebbe definire di natura etico-politica, si registra una dichiarazione del presidente dei deputati democristiani, Flaminio Piccoli, il quale fornisce a socialisti e repubblicani una specie di «benservito» per aver tratto dai guai con le loro decisioni Mariano Rumor: «Le lucide motivazioni giuridiche», ha detto Piccoli, «con le quali il Pri ha deciso di non aderire alla raccolta delle firme e le esemplari indicazioni contenute nel documento dei gruppi parlamentari del Psi rasserenano l’atmosfera politica poiché dimostrano come, al di sopra delle mere convenienze di parte, prevalga tra le forze democratiche un giudizio che si richiama alla coscienza giuridica e a quella morale e quindi alle radici stesse della democrazia. La Dc non può che compiacersi di questo e trarre l’augurio che, anche nelle assemblee parlamentari riunite in seduta congiunta, possa affermarsi un esame obiettivo dei fatti e quindi il senso della giustizia».
Come risulta da queste parole, la Dc considera la mancata raccolta delle firme nei confronti di Rumor soltanto come il primo passo per una generale assoluzione anche di Gui e Tanassi e fa appello agli ex alleati del centro sinistra affinché facciano quadrato intorno agli accusati del regime. Si può intravedere da tutto ciò anche un ritorno a vecchie formule di alleanza che sembravano superate? O ha giocato soltanto un’evidente complicità nelle torbide gestioni del passato ed il peso di ricatti e di ritorsioni che hanno messo alle corde il gruppo dirigente socialista?
È difficile dire oggi fino a che punto abbia avuto influenza il primo argomento; ma certamente ne ha avuta in modo determinante il secondo. Il motivo delle ritorsioni democristiane contro esponenti socialisti il cui nome è già negli atti dell’Inquirente per processi di imminente discussione fu infatti sollevato in via allusiva e molto sfumata già nella riunione della direzione del partito martedì scorso, dove soltanto Lombardi e Manca si dichiararono decisamente favorevoli alla raccolta delle firme contro Rumor. Ma lo stesso motivo (si dovrebbe dire lo stesso ricatto) ritornò in modo molto esplicito e brutale nel corso di un incontro di segreteria avvenuto riservatamente il giorno dopo. Il segretario Craxi dovette rivelare ai suoi più diretti collaboratori che la Dc non si accontentava di una posizione «agnostica» dei socialisti, anche se la posizione agnostica avesse avuto il medesimo risultato di far mancare le firme necessarie alla messa in stato di accusa di Rumor: la Dc pretendeva che gli ex alleati del centro sinistra facessero un vero e proprio «atto di umiliazione», anche a rischio di sconfessare la posizione tenuta dai loro membri nella commissione Inquirente. Questo è stato dunque il dramma vissuto nelle ultime 48 ore dai socialisti ed è a questa perentoria richiesta del loro ex alleato che il gruppo dirigente del partito non ha voluto sottrarsi.
I repubblicani dal canto loro hanno trovato un’altra scappatoia: quella di rimettersi alle decisioni dell’Inquirente, nella quale essi non sono rappresentati, il che semmai sarebbe stato un motivo in più per chiedere che la discussione avvenisse dinanzi alle Camere riunite. Analoga decisione è stata poi presa nella serata di ieri dai parlamentari del partito liberale.