Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1977  febbraio 10 Giovedì calendario

«Cari compagni, vi dico addio»

Sciascia, quando cominciò la sua esperienza di consigliere comunale di Palermo, circa venti mesi fa, lei disse tra l’altro che la spingeva il desiderio di vedere come si amministra, nel bene e nel male, una città. Qual è oggi la sua risposta, dopo le dimissioni?
«La risposta è che ho imparato come non si amministra perché in questi mesi non s’è fatto niente, né in bene né in male. E non facendo nulla non si fanno neanche le porcherie».
Lei aveva indicato allora due problemi prioritari per Palermo: il risanamento dei rioni della città vecchia e il rifornimento dell’acqua. Neanche per questo s’è fatto niente?
«Niente. Il risanamento lo vogliono tutti ma il problema è «come» risanare e qui si scontrano gli interessi. La questione diventa molto complicata ed è difficile perfino capirla. Io per esempio me la sono dovuta far spiegare fuori del Consiglio perché dalle sedute certo non avrei capito nulla».
E l’acqua?
«L’acqua per ora c’è perché è piovuto e si sono riempiti i serbatoi, ma se non fosse piovuto non ci sarebbe l’acqua oggi come non c’è stata in passato».
Cosa bisognava fare?
«Allacciare un pezzo d’acquedotto alla rete idrica cittadina».
Perché non l’hanno fatto?
«Non sono riuscito a capire, in tutti questi mesi, neanche se dipende da interessi in contrasto o da semplice inerzia. La verità è che un consiglio comunale è un puro simulacro dove si discute per ore, di nulla».
In ciò che dice si legge in trasparenza qualcosa che assomiglia molto alla delusione personale. Lei ha cominciato questa avventura abbastanza convinto che, come scrittore e come intellettuale, sarebbe servito da esempio. Venti mesi dopo si deve probabilmente rendere conto che non solo non è stato preso ad esempio ma neanche in considerazione. È vero?
«Non sbaglia. Nella mia decisione c’è sicuramente anche questo».
E allora riprendendo un aneddoto di Tolstoj che proprio lei raccontò anni fa, si può dire che lo scrittore Sciascia si è stancato di spingere la trave insieme agli altri ed è tornato a cantare «sulla trave» mentre gli altri spingono?
«No, questo no. Mi sono dimesso non solo perché ho avuto la sensazione di non servire a niente, ma anche per il timore di ciò che potrà accadere».
E cioè?
«Il confronto con la Democrazia Cristiana, come il Pci lo ha cominciato in Italia e in particolare in Sicilia, rischia di finire in una «milazzata» (1).
E così arriviamo al problema politico cui finora avevamo girato intorno.
«Non ho mai nascosto che ci fosse, ma i miei motivi di dissenso col Pci si sono acuiti nella pratica del Consiglio comunale. Si dice che basta entrare nella cucina di un ristorante per non mangiare più, forse succede lo stesso se qualcuno, che non l’ha mai fatto, entra nelle cucine politiche».
E questo le impedisce anche di credere, ritengo, che la Dc sia capace di un «rinnovamento».
«Quando nel Pci si dice di voler costruire qualcosa con la Dc si dimentica che la Democrazia Cristiana non è materiale da costruzione, ma un materasso che non consente scontri. Ed è anche purtroppo il solo partito che faccia politica in Italia e che riesca ad ottenere ciò che vuole perfino dopo trent’anni di malgoverno».
Pensa ancora, come disse una volta, che l’attuale governo Andreotti è stato fatto proprio per «fregare il Pci»?
«Più che mai. Andreotti è un cinico e i cinici non cambiano, si adeguano. Coloro che all’interno della Dc vorrebbero far cadere questo governo sono dei cretini che non hanno capito a che gioco si sta giocando».
È questo che le ha fatto dire, anche in passato, che il cosiddetto «compromesso storico» si fonda su un disperato pessimismo?
«Il compromesso, anche ammesso che riesca, significa strategia difensiva basata sulla paura e con la paura non si fa politica».
Ma questa strategia non è cominciata adesso. Il tema dell’incontro tra le masse comuniste e quelle cattoliche c’era già, in Togliatti, addirittura in Gramsci.
«Togliatti sapeva meglio di ogni altro che all’Italia era toccato in sorte, a Yalta, di finire nella sfera di egemonia americana, Gramsci aveva dovuto constatare il consenso al fascismo e elaborare quindi delle regole di prudenza. Siamo sempre in una linea difensiva, come vede. Mi chiedo quando il Pci comincerà a dire di no, a chiedere la giusta contropartita. Nessuno chiede la rivoluzione, basterebbe cominciare a far pagare le tasse a tutti invece di insistere sull’incontro con le masse cattoliche che non esistono. Io posso dire come Salvemini di non aver mai incontrato un vero cattolico in Italia».
Questo sembra esagerato. Alcuni di questi cattolici veri tra l’altro sono proprio quelli che, come lei, si sono presentati come indipendenti nelle liste del Pci.
«E non le sembra questa una prova? Non vede la grande contraddizione? I cattolici migliori devono uscire dalle file della Dc. Proprio qui si vede che è impossibile parlare con i migliori cattolici stando su versanti diversi. Ed è una contraddizione esattamente per quel partito comunista che, da cattolici come questi, avrebbe voluto cominciare il suo dialogo».
Le sue dimissioni vengono circa un mese dopo quel convegno nel quale gli intellettuali comunisti sono stati invitati ad un maggiore impegno (2). Così lei, che era stato tra i primi a scendere in campo, è oggi tra i primi a ritirarsi.
«Il mio invece è un modo di raccogliere quell’appello. Io mi sento impegnato oggi a dare dal mio angolo e a modo mio un segnale che così non si può continuare. Aggiungo che non ho partecipato a quel convegno ma da quel che ne ho letto non mi è piaciuto».
Perché?
«Perché mi ha dato l’impressione che ci si prepara al regime».
Cioè al conformismo di regime?
«Sì. Mi pare che solo Enzo Forcella abbia rotto l’aria ecumenica (3). Io ho sempre pensato che un «intellettuale» deve mantenere una vocazione a stare all’opposizione. Devo dire che anche quest’aria di regime che si instaura intorno al Pci ha influito sulla mia decisione di dimettermi».
Lei finora ha indicato tre ordini di ragioni alla sua decisione: il mancato funzionamento del Consiglio, il dissenso politico di fondo e, ora, il pericolo del regime. A quale di questi tre darebbe il peso maggiore?
«A quest’ultimo probabilmente, cioè all’aria di regime».
Eppure in quel convegno che le è tanto dispiaciuto, Berlinguer ha pronunciato un discorso, sull’austerità, che è stato sicuramente un fatto nuovo, anche se qualcuno ha detto che era troppo «cattolico».
«Anche io credo che quel discorso di Berlinguer, che ammiro, sia stato importante e per niente cattolico, nel senso che gli è stato dato. Berlinguer ha chiesto austerità non a coloro che sono già austeri ma a quelli che non lo sono. Non ha chiesto povertà ai poveri ma ha rivolto il suo discorso agli intellettuali che sono tra le categorie meno austere e più frivole che ci sono oggi in Italia».
Sciascia, la sua esperienza pubblica, quali che siano le motivazioni, è fallita. Pensa che questo esito possa essere considerato una regola generale dei rapporti tra intellettuali e potere?
«Non so se sia una regola generale. Sospetto però che questo rapporto funzioni soltanto o nei momenti creativi della politica o quando i politici sanno esattamente cosa far fare agli intellettuali. Malraux in Francia si allontanò dal Pc perché il gollismo in quel momento era più creativo dei comunisti, gli consentiva di fare».
Attenzione però, nel ’22, molti intellettuali italiani aderirono al fascismo più o meno per le stesse ragioni.
«Infatti, bisogna amare l’azione ma essere anche capaci di stare dalla parte giusta. Ma a volte la tentazione di tornare tra i libri è molto forte».

Note: (1) Silvio Milazzo (1903-1982), uomo politico democristiano, guidò in Sicilia una giunta regionale che si reggeva grazie ai voti congiunti dei monarco-fascisti e delle sinistre. L’esperimento. che suscitò enormi polemiche, durò dal 23 ottobre 1958 al 15 febbraio 1960. (2) Al convegno degli intellettuali, che s’era tenuto a metà gennaio al teatro Eliseo di Roma, Berlinguer aveva pronunciato un discorso tutto centrato intorno al valore morale dell’austerità. Il segretario del Pci aveva poi lanciato un appello perché gli intellettuali aiutassero il partito a promuovere un vasto dibattito «fra la gente, con la gente, nel popolo» per un «piano di risanamento e sviluppo». (3) Enzo Forcella, Il progetto di Berlinguer, in la Repubblica, 19-1-1977. In questo articolo Forcella notava, tra l’altro, che «i valori propugnati da Berlinguer troveranno sicuramente orecchi sensibili tra quei cattolici, del dissenso e non, che da anni auspicano il ritorno ai motivi ispiratori della loro fede».