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 2017  giugno 12 Lunedì calendario

Banche, la lezione spagnola

Per valutare la gestione della crisi bancaria che da diversi anni avvolge l’Italia, può essere molto utile alzare lo sguardo oltre confine. Il collasso in Spagna di Banco Popular, acquistato poi per un euro da Banco Santander, offre delle lezioni su come vada affrontato il dissesto di un istituto di credito. L’impressione, purtroppo, è che in Italia si stiano imparando quelle sbagliate.
La risoluzione di Popular, che per attivi era paragonabile al Monte dei Paschi di Siena, avrebbe potuto creare seri problemi al sistema bancario europeo. La banca spagnola è stata colpita da una fuga di depositi, causata da una perdita di fiducia nella capacità del management di trovare i 3-4 miliardi di euro necessari per ricapitalizzare l’istituto. La Bce ha provato a fornire liquidità di emergenza, ma la banca si è trovata presto senza collaterale adeguato. In assenza di un intervento rapido da parte della vigilanza, Popular si sarebbe trovata letteralmente senza soldi.
Il salvataggio si è composto di due parti. Una volta che la Bce ha dichiarato la banca a rischio fallimento, il Comitato unico di risoluzione, il nuovo ente creato per far fallire in maniera ordinata le banche europee, ha azzerato il valore di azioni e obbligazioni subordinate. Il secondo passo è stato l’arrivo di un “cavaliere bianco”, Santander, che ha subito lanciato un aumento di capitale da sette miliardi di euro per rafforzarsi patrimonialmente. Tra la sera di martedì e mercoledì mattina, la scorsa settimana, la crisi di Popular era già stata risolta. Il giorno dopo, i mercati non si sono quasi accorti di quanto era accaduto.
La lezione che andrebbe imparata dalla crisi di Popular riguarda la prima parte dell’intervento. La Spagna ha agito rapidamente e ha immediatamente accettato che fossero azzerati gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati, come previsto dalle nuove regole europee. Il contrasto con l’esperienza italiana non potrebbe essere più evidente. Le autorità italiane hanno ritardato un intervento su Mps e sulle due banche venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) anche per paura che un eventuale coinvolgimento degli obbligazionisti subordinati potesse avere un impatto sistemico.
Nel caso di Mps si è provato a seguire la strada di un aumento di capitale sul mercato, che è naufragato insieme al referendum costituzionale. Per le banche venete si è messo su il fondo salva-banche Atlante, con la partecipazione delle banche italiane e della Cassa depositi e prestiti. In nessuno dei due casi l’intervento si è mostrato risolutivo, tanto che lo Stato è poi dovuto intervenire, imponendo perdite anche ai detentori di bond subordinati.
L’aspetto più interessante della risoluzione di Popular riguarda proprio il presunto rischio di effetti sistemici. Mentre la crisi di liquidità della banca spagnola si aggravava, le altre banche iberiche non hanno subito nessuna fuga di depositi. L’effetto contagio non c’è stato neppure dopo l’intervento di risoluzione. Persino il mercato dei bond subordinati spagnoli ed europei non ha subito scossoni. Almeno sui junior bond, insomma, il bail in può avvenire senza produrre danni collaterali.
La lezione che non va imparata dalla risoluzione di Banco Popular riguarda invece la seconda parte dell’operazione. Le difficoltà di una banca non devono essere necessariamente scaricate sul resto del settore: tutto dipende dalla forza dell’acquirente e dalle condizioni dell’istituto in difficoltà. Nel caso spagnolo, le dimensioni di Santander sono tali da ritenere che non avrà problemi a smaltire i crediti deteriorati che hanno affondato Popular. La banca acquistata è per altri versi molto efficiente e potrà offrire al gigante iberico diverse opportunità di profitto.
Il caso italiano è solo apparentemente simile. Per autorizzare un eventuale salvataggio pubblico delle due banche venete, la Commissione europea ha chiesto un contributo di 1,2 miliardi di euro in capitali privati. Da Intesa Sanpaolo a UniCredit, gli altri istituti si erano inizialmente detti indisponibili a un ulteriore intervento che farebbe seguito a quello in Atlante. Le banche sembrano però aver cambiato idea, anche dopo l’intervento di Santander. La situazione delle venete è tuttavia molto diversa da quella di Popular: anche se ripulite dai loro crediti inesigibili, queste banche rimangono molto inefficienti. Gli scandali e le difficoltà di questi anni rischiano di aver colpito irrimediabilmente i loro brand e dunque la redditività futura. È molto improbabile, insomma, che un’acquisizione possa rivelarsi vantaggiosa. Si rischia solo di buttare altri soldi.
Dopo la decisione di ricapitalizzare il proprio sistema bancario con l’aiuto dei fondi europei nel 2012, la Spagna si è dimostrata ancora una volta più decisa dell’Italia nel gestire i problemi dei suoi istituti di credito. La speranza è che le nostre autorità – dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan alla Banca d’Italia – sappiano imparare la lezione giusta del caso Popular e lasciare perdere quella sbagliata.

L’autore è editorialista di Bloomberg View