Dieci anni di Repubblica, 20 febbraio 1977
Da dove nasce quella rabbia
Scrive Alberto Ronchey (Corriere della Sera di ieri): Chi glielo spiega a questi arrabbiati dell’Università che l’economia italiana non ha posto per loro? E consiglia, più o meno, di rimettergli in mano la zappa e rivalutare il lavoro manuale (magari accompagnando quest’opera di rieducazione con qualche foglio di via per i paesi d’origine?).
Questa funzione diciamo così didascalica, nel corso del tempo l’abbiamo svolta in parecchi; non mi pare che siano le spiegazioni che mancano. Però servono a poco. Il mondo sarebbe facile (per chi spiega) se bastasse un buon articolo o un buon libro, pieni di raffronti statistici e di saggezza, per togliere i bastoni e le idee più o meno avventurose dalle mani e dalla testa degli arrabbiati. Ma articoli e libri talvolta servono a farli prendere in mano i bastoni (e quasi sempre, in quei casi, si tratta di cattivi libri e di cattivi articoli); a farli deporre non servono quasi mai. Possiamo rammaricarcene, ma il fatto rimane.
Bisognerebbe piuttosto cercare di rimuovere le cause di quella rabbia. La cosa (Ronchey ne converrà) è maledettamente difficile.
La permissività scolastica italiana, anzi il completo disfacimento della scuola e dell’Università, hanno indubbiamente dato un contributo potente a creare l’esercito dei disoccupati intellettuali (o presunti tali) che oggi costituisce uno degli elementi di maggiore instabilità sociale di questo paese. È colpa del ’68? Oppure il ’68 non fu, a sua volta, che l’effetto, non già la causa, di quel disfacimento?
Ma la permissività scolastica è, a sua volta, un fenomeno derivato. Se volessimo cercare più a fondo, dovremmo risalire, e di molto. Dovremmo domandarci perché la base produttiva del paese in trent’anni s’è allargata tanto poco, perché la pletora degli impieghi inutili si è gonfiata a dismisura e quale ne sia stata la conseguenza sulla composizione dei gruppi sociali e sull’assetto politico italiano.
È colpa del sindacato? Il sindacato si è preoccupato troppo dei suoi organizzati e si è dimenticato di tutti gli altri?
Bisogna stare molto attenti a formulare giudizi così sommari. Non dico: il sindacato avrà le sue responsabilità, ma ricordo che negli anni passati e almeno fino al ’69 Menichella prima e Carli dopo (1) non gli lesinarono riconoscimenti per la moderazione con cui gestiva la politica salariale. Forse mi ripeto, ma qualche volta è opportuno, perché questi fatti i nostri commentatori se li scordano troppo spesso nei loro sermoni. Dal ’50 al ’69 ci sarebbe stato tutto il tempo e tutto lo spazio per allargare la base produttiva, impiegare in modo ottimale le risorse collettive, non riempire i ministeri, gli enti, le scuole, gli ospedali, le mutue d’un esercito di impiegati maestri, bidelli, commessi, portantini, del tutto inutili.
Si fece il contrario, tra la disattenzione di tutti o di quasi tutti. Andiamo, di chi è la colpa? Mi piacerebbe sentirlo dire a chiare lettere. Noi, per quanto ci riguarda, lo diciamo spesso.
La conseguenza di questo processo abnorme sta ora sotto gli occhi di tutti. E l’Università è diventata un centro di raccolta turbolento d’una gioventù disperata in caccia d’impieghi sempre più rari e sempre più dequalificanti. La lotta di classe si fa dura ed ha un nuovo e per certi aspetti imprevisto protagonista: di fronte all’operaio che difende il suo reddito come può dai colpi dell’inflazione, c’è lo studente che da un taglio della spesa pubblica vede ridurre ancora di più le già scarse possibilità di trovare un impiego nella pubblica amministrazione dopo la laurea. La realtà è questa e bisogna prenderne atto.
Si possono utilizzare questi giovani in modi diversi? Li si può «rieducare» ad altri tipi di lavoro?
Certo, occasioni di lavoro sociale non mancherebbero. Abbiamo città come Napoli che affondano per mancanza di infrastrutture pubbliche, abbiamo porti inagibili, abbiamo fiumi e torrenti che straripano e montagne che franano e biblioteche e musei inservibili, per non parlare che dei casi più vistosi. I figli diplomati e laureati della piccola borghesia italiana potrebbero essere impiegati in compiti di questo genere?
Kruscev (Ronchey probabilmente se lo ricorda) nel 1960 lanciò la parola d’ordine d’avviare i giovani sovietici alle «terre vergini» siberiane. Nonostante avesse alle spalle il mito della rivoluzione d’ottobre, non pare sia riuscito ad ottenere gran che. Forse perché quel mito s’era già alquanto consunto. Ma possiamo pensare che i giovani studenti italiani si arruolino in qualche «peace corp» in nome di Andreotti, di Bisaglia e del senatore Bartolomei? Andiamo, siamo seri. O almeno, cerchiamo di non essere ridicoli.
Per lanciare i giovani alla conquista delle nostre «terre vergini» ci vorrebbe un grande afflato di entusiasmo sociale, la certezza di nuovi doveri collettivi da compiere, la speranza d’un progetto per il quale valga la pena di lottare, spogliandosi del miserabile «status» attuale. Insomma una nuova frontiera. E un mutamento profondo, radicale della classe dirigente, perché quella attuale è ormai un cavallo slombato.
Caro Ronchey, non saranno i nostri articoli ad ottenere questi risultati. Ci potrebbe riuscire il Pci, forse. Se non si smarrisce strada facendo.
Note: (1) Donato Menichella (1896-1984) fu governatore della Banca d’Italia dal 1948 al 1960. Gli successe Guido Carli, fino al 1975.
Intervista di Silvia Giacomoni al professor Renato Scognamiglio
Quali fattori hanno inciso in modo particolarmente negativo sull’Università?
«C’è stata un legge suicida: si è data agli studenti la libertà di scegliere quali esami dare. Gli insegnamenti più importanti sono stati abbandonati in massa. Tutti hanno scelto quelli più facili. Si è rimediato ripristinando l’obbligo di sostenere certi esami, mettendosi cioè fuori della legge. Ma è stato inevitabile. Anche l’Ordine degli Avvocati è intervenuto, dicendo che non sarebbe stato ammesso all’Albo chi non aveva fatto certi esami. Così qui la facoltà ha reintrodotto l’obbligo di dieci esami. Prima della liberalizzazione dei piani di studio gli insegnamenti obbligatori erano diciotto. Questa legge ha compiuto l’opera di quell’altra legge eversiva che ha liberalizzato l’accesso all’Università: il livello degli studi si è abbassato di molto (1).
Che senso ha, per lei, lavorare in questa Università?
«Bisogna lavorare per la sopravvivenza di una istituzione che prima o poi dovrà rifiorire. All’Università vediamo una minoranza di giovani molto bravi: l’arbitrio politico non può distruggere le doti individuali. Per questi bravissimi, l’Università esiste ancora. Per gli altri non esiste affatto: è come se studiassero per corrispondenza».
Note: (1) Con una stessa legge (la n. 910 dell’11 dicembre 1969) vennero liberalizzati gli accessi alle facoltà universitarie e i piani di studio. Ministro della Pubblica Istruzione era il democristiano Mario Ferrari-Aggradi. Prima della 910, solo il liceo classico consentiva l’accesso ad ogni facoltà. Quanto ai piani di studio, l’articolo 2 del provvedimento dava allo studente la facoltà di «predisporre un piano di studio diverso da quello degli ordinamenti didattici in vigore, purché nell’ambito delle discipline effettivamente insegnate e nel numero degli insegnamenti stabiliti».