Corriere della Sera, 12 giugno 2017
Scenari «spagnoli» in una Gran Bretagna sempre più diseguale
Theresa May ha perso la sua scommessa e ha legittimato quello che sembrava il più improbabile degli avversari: Jeremy Corbyn ha intercettato la protesta trasversale verso un governo visto come arrogante e indifferente alla realtà di un paese sempre più disuguale, mostrando di sapere ben più della sua avversaria ascoltare la voce dell’uomo della strada. Il paragone con Bernie Sanders viene naturale: l’uno e l’altro hanno fatto una campagna elettorale «contro» il loro stesso partito; hanno vinto entrambi senza prevalere, e Corbyn ha inciso in profondità sugli equilibri politici del suo paese. L’Europa e la Brexit sono temi importanti, certo, ma si è visto ancora una volta che non è su di essi che si vincono le elezioni: insistendo su una campagna monotematica e confusa, la May ha commesso un errore che le è costato caro. Ora farà un governo destinato a vita breve e dovrà guardarsi dall’assedio dei compagni di partito – da George Osborne a Philip Hammond, da David Davis a Amber Rudd – in attesa del momento buono per defenestrarla. Un Parlamento senza maggioranza stabile non è cosa da far venire sudori freddi dalle nostre parti, ma in Gran Bretagna può mandare in fibrillazione l’intero sistema. Si parla già di nuove elezioni e di scenari «spagnoli»: l’incertezza genera confusione e la fragilità della May rende difficili previsioni ragionate. E la Brexit? Il 19 giugno si aprirà il negoziato e non è assolutamente chiaro quale sarà la posizione inglese (non sembra saperlo neanche Londra); i brexiteers sono ancora agguerriti ma dovranno tenere conto che il quadro è cambiato e i Ventisette, dal canto loro, non saranno disposti a fare sconti (a partire dall’unione doganale cara agli unionisti nordirlandesi). I sondaggisti avevano segnalato una forte rimonta in extremis dei conservatori, confermando la crescente difficoltà per i loro algoritmi di cogliere le ragioni di una volatilità del voto, che accomuna sempre più l’intero occidente e appare una manifestazione della crisi dei meccanismi tradizionali della rappresentanza democratica, che si fa fatica a decrittare.