Corriere della Sera, 12 giugno 2017
Il conflitto tra città e stati per il governo del futuro
Londra è, forse, oggi l’esempio più potente delle contraddizioni che si addensano attorno alla crescita del ruolo delle città in un mondo che gli Stati Nazione non riescono più a governare. Il suo sindaco musulmano, Sadiq Khan, ha dovuto difendere non solo una metropoli ferita dall’attacco di giovani che possono aver frequentato la sua stessa moschea, ma anche quell’idea di Occidente, come società aperta, che molti occidentali sembrano abbandonare. Il suo scontro con Trump, dopo gli attentati, e con la May, dopo la Brexit, è la rappresentazione della contrapposizione tra due visioni diverse di società, ma, anche, di due diverse concezioni del potere. Per alcuni dei sindaci più coraggiosi sono le città del mondo che devono farsi carico di affrontare i problemi di una globalizzazione che ci sta sfuggendo di mano.
Sono le città, indubbiamente, il luogo dove la modernità trova le sue rappresentazioni più potenti: dal terrorismo cresciuto in periferie che si sono svuotate di scuole e riempite di playstation; fino alla sofferenza di sistemi sanitari che faticano a trovare risposte a domande sempre più diversificate. Ma è sempre nei centri urbani che queste contraddizioni vanno affrontate con sperimentazioni da adattare ad ogni singolo territorio. Sono le città i luoghi che ospiteranno le innovazioni – da quelle che trasformeranno la grande distribuzione per abbattere gli sprechi, fino a quelle che faranno di ogni edificio un produttore di energia – che proiettano l’economia nella quarta rivoluzione industriale, creando formidabili opportunità di crescita.
E, tuttavia, il futuro non sta succedendo con la velocità che la retorica delle «città intelligenti» avrebbe fatto immaginare. L’urbanizzazione procede con passo impetuoso e, persino, violento nella parte del mondo che continua a correre (quattro delle cinque metropoli più grandi del pianeta sono in Cina). Mentre invece la quota di popolazione europea che vive nelle Capitali è diminuita negli ultimi dieci anni. Tutti, a partire dall’Ue, dicono di voler superare geografie urbane costruite attorno all’automobile privata alimentata con combustibili fossili. È, però, ancora la vecchia automobile che traina quel poco di ripresa che abbiamo: in Italia, nel 2016, era quella dell’aumento delle nuove immatricolazioni, l’unica classifica nella quale eravamo al primo posto nel mondo superando la stessa Cina.
Questa contraddizione dipende, in realtà, da un enorme problema cognitivo posto dalla rivoluzione industriale che stiamo per vivere. Questa nuova ondata di progresso tecnologico ha, infatti, la caratteristica di richiedere cambiamenti che nessuna organizzazione, da sola, può controllare. Abbiamo bisogno di immaginare strade e piazze organizzate in maniera diversa (come successe quando sostituimmo i cavalli con i motori a scoppio); di misurare gli effetti della trasformazione sulla vita delle persone e di coinvolgere chi delle novità ha paura; di studiare cosa succede nel rapporto tra intelligenze naturali e quelle artificiali perché è un aspetto decisivo e che nessuno, in fondo, conosce. È per questo motivo che le città sono organismi più adatti degli Stati (nati, invece, per garantire la stabilità di cui avevano bisogno processi produttivi basati sull’economia di scala) a sperimentare e ad imparare da eventuali fallimenti. Sono le aggregazioni di capitale umano che, naturalmente, diventano i nodi di flussi informativi che scavalcano i confini erodendo la ragione stessa per la quale gli Stati moderni furono concepiti. Il problema è che, però, solo gli Stati sono legittimati a regolare la globalizzazione ed è ciò che crea le contraddizioni di cui sono prigioniere le organizzazioni internazionali.
Il conflitto latente tra un mondo nuovo ed il vecchio ordine globale è, però, sempre più chiaro: i sindaci di tutte le maggiori città americane hanno firmato dichiarazioni congiunte per investire ancora di più sulle energie rinnovabili, mentre Trump confermava di voler portare gli Stati Uniti fuori dagli accordi sul clima. Quelli di Londra, Parigi e Vienna agitano, ancora di più, la bandiera dell’apertura, quanto più i Paesi di cui sono Capitale sembravano tentati dalla chiusura.
L’Italia ha nelle città – proprio per le caratteristiche di una società che ha trovato energia nella competizione tra territori – una opportunità unica. Uno Stato intelligente deve, però, cambiare se vuole evitare di essere tagliato, progressivamente, fuori dalla storia e incoraggiare la diversità per farne un motore di innovazione. Fu Italo Calvino, nei suoi dialoghi immaginari tra Marco Polo e Kublai Khan, a raccontarci che le città sono il luogo nel quale ci riconosciamo perché vi troviamo una risposta alla domanda che ci facciamo. Oggi la domanda più importante è per tutti come possiamo entrare in un futuro che ci sta aspettando, evitando che il progresso si trasformi nel suo contrario.