La Stampa, 11 giugno 2017
Dacca-Tripoli-Sicilia. La rotta dei bengalesi che sognano l’Europa
Il dato è inequivocabile e salta agli occhi: sui gommoni libici, sempre più ci sono cittadini del Bangladesh. Dice il quadro statistico del ministero dell’Interno, aggiornato al 9 giugno, che il primo dei Paesi d’origine dei migranti è la Nigeria, con 9.457 migranti; segue il Bangladesh con 7.133.
È davvero strana questa rotta che parte da Dacca, nel cuore dell’Asia, fa scalo a Tripoli, e finisce negli hotspot italiani dove i migranti chiedono in massa l’asilo politico. Nel corso del 2016, per dire, sono stati 6.818 le persone con passaporto bengalese che hanno chiesto asilo politico all’Italia. E quest’anno i numeri crescono: si viaggia a una media di 1.200 richieste al mese.
Si è aperta una rotta particolarissima, insomma, che porta i bengalesi a imbarcarsi sui gommoni dei libici. A curiosare su Internet, è facile trovare siti che propongono un visto turistico o lavorativo per Tripoli, grazie all’ambasciata libica presente a Dacca. Tutto apparentemente regolare. E quindi, via aereo direttamente da Dacca a Tripoli (un tempo erano costretti a fare scalo in Sudan, ma dal 2015 non più) sono migliaia quelli che corrono verso l’Europa, ma prima finiscono nel buco nero libico.
Arrivati a Tripoli, pagato chi di dovere perché metta un timbro vero su un documento fasullo – Frontex ha documentato che ci sono in circolazione molti permessi di lavoro concessi da un ministero libico che non si sa se esista e a chi risponda – ecco infatti che il migrante bengalese finisce immancabilmente nelle grinfie di trafficanti senza scrupoli.
Anche per i bengalesi, infatti, il passaggio in Libia si rivela un inferno in terra. Ben altra realtà li aspetta rispetto a quanto propagandato dalle agenzie «turistiche» che si sono specializzate nei viaggi della speranza. Botte, sequestri, ricatti: anche per i bengalesi è normale che la famiglia sia chiamata al telefono dal congiunto terrorizzato, che chiede di pagare un riscatto perchè è ostaggio di questa o quella banda. Non è infrequente che siano sequestrati più volte da bande diverse. Finché, se ci riescono, arrivano ai porticcioli di Zwara o di Sabratha e lì devono pagare l’ultimo balzello, appoggiandosi ai basisti in Bangladesh, per salire su un gommone.
Non è una novità assoluta, la presenza di manovalanza asiatica da quelle parti. Che in Libia vi fossero moltissimi lavoratori del Bangladesh, ad esempio, lo si scoprì ai tempi della guerra contro Gheddafi. Fu in quell’occasione che quasi mezzo milioni di persone terrorizzate fuggirono verso la Tunisia o l’Egitto e tra loro c’erano almeno trentamila bengalesi che finirono in un campo profughi tunisino. Altri riuscirono a imbarcarsi con i profughi della prima ora e a raggiungere Lampedusa.
È una storia, quella dei bengalesi che cercano un futuro migliore passando per la Libia, e che però finiscono in situazioni terribili, ben la conoscono all’Oim, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, un’agenzia delle Nazioni Unite. Il loro ufficio a Tripoli cerca di rimpatriarne il più possibile. Il 7 maggio è partito l’ennesimo volo da Tripoli con a bordo 43 cittadini bengalesi aiutati dall’Oim (con fondi europei, vedi il progetto Assisted Voluntary Return and Reintegration) a tornare a casa. Dall’inizio dell’anno sono stati 165 quelli che hanno beneficiato di questo progetto.
I 43, tutti maschi, di ogni età, hanno raccontato che erano stati imprigionati da varie autorità libiche perchè privi di documenti validi o perché il loro datore di lavoro – nel settore dell’edilizia e delle pulizie a Tripoli – era scomparso all’improvviso, ed essi si erano trovati catapultati nell’illegalità in quanto i permessi di lavoro e i visti erano scaduti. Senza la possibilità di lasciare il paese, però, uno dopo l’altro erano stati arrestati ed erano finiti nei centri di detenzione per immigrati clandestini. In media, avevano trascorso 6 mesi in detenzione.