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 2017  giugno 12 Lunedì calendario

L’ondata dei debuttanti di Macron

PARIGI Un francese su due non ha votato. Chi lo ha fatto ha punito i partiti tradizionali, moderati, di destra e di sinistra, e pure le ali estreme.
È intanto questa per adesso la «Rivoluzione» promessa da Emmanuel Macron già dal titolo del suo libro. Il sistema politico francese è travolto da un movimento nato un anno fa, passato in pochi mesi da zero a 365 mila aderenti, un soggetto politico che si è posto al centro – dove nessuno in Francia aveva mai vinto – e da lì si appresta a conquistare quasi tutta l’Assemblea nazionale: da 400 a 445 seggi su 577 secondo le proiezioni, la maggioranza assoluta (che scatta a 289) è largamente assicurata.
Ancora a marzo gli avversari di Macron, e non pochi osservatori, mettevano in guardia i francesi dall’eleggere un presidente giovane e apparentemente privo di un partito capace di sostenerlo in Parlamento. Al primo turno delle elezioni legislative, La République En Marche (Lrem) non solo si è imposta come la prima formazione del Paese (oltre il 32% dei voti), ma con proporzioni tali da scatenare allarmi sul nascente partito unico, che ha deciso di mandare in Parlamento centinaia di donne e uomini mai eletti prima, in omaggio alla parola d’ordine del «rinnovamento della politica».
Vedremo dopo il ballottaggio di domenica prossima la ripartizione precisa dei seggi all’Assemblea nazionale. Ma intanto, ieri, i francesi o non hanno votato o hanno votato in stragrande maggioranza per dare a Macron tutti gli strumenti per governare. Una vittoria simile si è vista raramente, bisogna risalire al 1993 quando la coalizione di destra formata da RPR e UDF ottenne 472 deputati.
«Per la terza volta consecutiva – ha detto il premier Édouard Philippe rivolgendosi in tv ai francesi – siete stati milioni a mostrare attaccamento al progetto di rinnovamento e di riconquista del presidente della Repubblica. Da un mese, la Francia è tornata».
L’astensione ha finito per aiutare Lrem, perché in molti casi ha impedito la qualificazione al ballottaggio di candidati arrivati terzi o quarti ma incapaci di superare, proprio a causa dell’astensione, la soglia fissata dalla legge al 12,5% degli iscritti al voto. Al secondo turno, i candidati di Macron potranno spesso contare sul trasferimento dei voti degli elettori di sinistra, quando c’è da battere un avversario di destra; su quelli di destra quando l’avversario è di sinistra, e sul «fronte repubblicano» quando c’è da fare sbarramento al Front National. In tutte le configurazioni si finisce per votare Macron, «un meccanismo politico stupefacente, che andrebbe brevettato», dice il politologo Dominique Reynié.
L’astensione però, allo stesso tempo, provoca un’indubbia e paradossale carenza di legittimità: la prossima maggioranza parlamentare sarà stata scelta da una minoranza di elettori francesi.
La destra dei Républicains (21,5%) ottiene da 85 a 125 seggi ed è il secondo partito, ma il suo peso è ulteriormente dimezzato rispetto alla sconfitta del 2012 e soprattutto appare scarsa la capacità di fare opposizione a un governo in cui premier e altri ministri importanti sono stati cooptati dai suoi ranghi.
Per i socialisti (10% e 30-40 seggi) è un tracollo senza precedenti, il segretario Jean-Christophe Cambadélis, peraltro battuto nella sua circoscrizione, dice che «non è sano affidare al presidente il quasi monopolio della rappresentanza politica».

Mélenchon resiste senza slancio. E il partito di Le Pen ripiega Gli estremisti perdono charme
Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon possono vantare un relativo successo personale, perché entrambi affronteranno in testa il ballottaggio di domenica prossima. La prima nel Nord, a Hénin-Beaumont, davanti alla candidata macronista Anne Roquet. Il secondo nel Sud, a Marsiglia, contro Corinne Versini (Lrem). 
La leader del Front National potrebbe quindi finalmente entrare in Parlamento, ma è una consolazione tutto sommato di poco conto. Al primo turno delle presidenziali, il 24 aprile, Marine Le Pen aveva ottenuto il 21,3% dei voti: ieri il suo partito non è andato oltre il 13,5%. Torna quindi al livello delle legislative precedenti, nel 2012, e secondo le proiezioni questo potrebbe significare al massimo 10 seggi, più probabilmente tre o quattro. 
Un risultato molto deludente, perché fino a qualche settimana fa il Front National giudicava come risultato minimo — dato praticamente per scontato — la conquista almeno dei 15 seggi che servono per formare un gruppo parlamentare, e considerava ragionevole arrivare a una cinquantina di deputati. 
«C’è forse un po’ di delusione quanto al risultato», ha ammesso ieri sera il numero due del partito Florian Philippot. Il Front National vede crollare anche il secondo sogno: dopo avere creduto nella stretta via che poteva portare all’Eliseo, i vertici del partito speravano di costituire finalmente una forza importante in Parlamento e radicata nel Paese. 
Alla fine di una lunghissima campagna elettorale alimentata da sondaggi che due anni fa davano il Fn come il primo partito di Francia, Marine Le Pen e i suoi si trovano, di fatto, con un pugno di mosche: un’inutile affermazione al primo turno delle presidenziali, e la solita presenza di rappresentanza all’Assemblea nazionale. 
Anche la France Insoumise, rivelazione delle presidenziali, non può cantare vittoria. C’è la soddisfazione del leader Jean-Luc Mélenchon di diventare la principale formazione a sinistra scavalcando sia pur di poco gli odiati ex compagni del moribondo partito socialista, ma i numeri sono inferiori alle previsioni. Al primo turno delle presidenziali, Mélenchon ha preso il 19,58 dei voti, mentre il suo partito ieri non è andato oltre l’11%, il che significa tra 8 e 18 seggi. E dire che Mélenchon, stando alle sue parole, puntava a vincere le legislative imponendo a Macron una coabitazione. 
Non c’è andato neanche vicino, anche se ieri sera ha spiegato che «l’immensità dell’astensione mostra che nel Paese non c’è la maggioranza per distruggere il codice del lavoro, ridurre le libertà pubbliche o coccolare i ricchi, tutte cose che sono nel programma del presidente». Mélenchon ha rinnovato l’invito già rivolto ai francesi di «non dare i pieni poteri al presidente», ma è esattamente quel che hanno voluto fare ieri.