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 2017  giugno 11 Domenica calendario

Torna la deterrenza nucleare. Così Mosca rilancia la dottrina che segnò la Guerra Fredda

L’Europa è in una crisi «irreparabile», gli Usa hanno «deprezzato la supremazia militare», «nuovi protagonisti» come Cina, India e Russia stanno operando una «redistribuzione del potere senza precedenti», mentre il pianeta è governato da «élite in confusione mentale». La situazione è di «preguerra», e l’unico rimedio per traghettare in sicurezza l’umanità verso un nuovo (o vecchio) ordine sono le armi nucleari.
La proposta controcorrente viene da Serghey Karaganov, fondatore del prestigioso Consiglio per la politica estera e difensiva russo, che da trent’anni consiglia il Cremlino. L’articolo «Una nuova visione della pace nucleare» è stato pubblicato sulla rivista Russia in Global Affairs, e ribalta il modello di pace internazionale esistente a tal punto che lo stesso Karaganov premette di non essere un «dottor Stranamore». Infatti, non ama la bomba atomica, ma la deterrenza che genera: invece di abolirla, come sognato da Mikhail Gorbaciov e Barack Obama, va usata in modo «creativo e costruttivo».
Il «male impensabile» dell’arma nucleare impone otto tipi di deterrenza. La «deterrenza 1», strategica, è la mutua distruzione assicurata, che ha trattenuto l’Urss e gli Usa da uno scontro senza vincitori. La «deterrenza 2», «estesa», porta sotto l’«ombrello nucleare» i rispettivi alleati, anche se Karaganov dubita che gli americani «rischierebbero per difendere gli europei». La «deterrenza 3» funziona da scudo anche contro guerre convenzionali, rendendo uno Stato nucleare inattaccabile, anche se il tabù potrebbe venire infranto da un attacco nucleare «limitato», come una guerra tra India e Pakistan. Per ora però ha contribuito alla «deterrenza 4», che trattiene Usa e Russia dallo scontro diretto anche nel resto del mondo.
Ci sono anche benefici di tipo morale. La «deterrenza 5» riduce il riarmo convenzionale, reso inutile, e permette di destinare risorse allo sviluppo. La «deterrenza 6», poi, «democratizza le relazioni internazionali», facendo emergere Paesi che sarebbero stati «bloccati» se non fossero protetti dalle loro atomiche, come la Cina. Infine, le «deterrenze 7 e 8» responsabilizzano i politici, spingendo le élite a liberarsi degli estremisti e comportarsi con cautela. Di conseguenza, secondo l’esperto moscovita, gli accordi sul disarmo che hanno chiuso la Guerra Fredda non servono più: le potenze nucleari maggiori – Russia, Usa e forse Cina – devono creare insieme a quelle minori (inclusa la Corea del Nord) un nuovo «concerto delle nazioni», «basato non solo sui valori condivisi o sull’equilibrio di potere, ma sulla deterrenza reciproca».
La Russia ha abbandonato da tempo la retorica del disarmo, e investe nell’ammodernamento delle atomiche, con un’enfasi sui missili strategici fissi, funzionali a colpire per primi (gli Usa dirigerebbero il loro eventuale primo colpo proprio sui silos russi). L’impegno a non sparare per primi – cardine della deterrenza del passato – è stato scartato, e la dottrina militare russa del 2014 autorizza il ricorso alla bomba non solo se sotto attacco atomico, ma anche in un conflitto convenzionale «se comporta una minaccia vitale per lo Stato». Il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolay Patrushev, uno degli uomini più vicini a Putin, non ha escluso l’utilizzo delle armi nucleari, e il capo della propaganda governativa Dmitry Kiseliov ha promesso che «l’America diventerà un cumulo di cenere radioattiva». Il tabù di non agitare il bastone nucleare («deterrenza 8») è superato, e Putin ha più volte teorizzato che l’arsenale nucleare è l’unica garanzia per contare nel mondo. L’altra arma di Mosca, il petrolio, che aveva prodotto 10 anni fa la teoria della «superpotenza energetica», ormai è spuntata.
I messaggi più importanti della proposta da Karaganov però sono meno espliciti. Innanzitutto, la rinuncia alla parità numerica tra Usa e Russia, che quest’ultima non è in grado di sostenere. Poi, l’abolizione del trattato sul bando dei missili a corto e medio raggio, «chiaramente superato», che come prima conseguenza riporterebbe l’Europa sotto tiro dei russi. Ma soprattutto, l’idea che la Russia deve spartirsi il mondo insieme all’America (con un’apertura inevitabile alla Cina), indipendentemente dai valori democratici, quella «nuova Yalta» che Vladimir Putin auspica da anni.