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 2017  giugno 12 Lunedì calendario

Una Via della seta sulla cresta dell’onda. Grandi progetti. Xi Jinping con «one belt one road» vuole rilanciare la Cina come potenza anche marittima

La Cina si appresta a realizzare, con un eccezionale dispiegamento di mezzi, la mitica “Via della seta” di tanti secoli fa, quando il Celeste Impero era, insieme all’India, al centro degli scambi con l’Europa. Duplice era a quei tempi l’itinerario attraverso il quale le sue merci più richieste dalle élites del Vecchio continente, le seterie e le porcellane, giungevano a destinazione lungo un percorso in parte di terra e in parte di mare: come quello di cui ci ha lasciato una celebre testimonianza (con Il Milione o Libro delle meraviglie) il mercante veneziano Marco Polo, giunto alla corte del Gran Khan Kubilai intorno al 1275, insieme al padre Nicolò e allo zio Matteo, e rimastovi poi per 17 anni.
Alla produzione di sete e broccati erano dedite intere regioni, con una manodopera perfettamente addestrata e un valido trattamento chimico del filo grezzo. D’altronde, pur possedendo vari congegni meccanici, i produttori preferivano le lavorazioni a mano in quanto, seppur più complesse, garantivano un prodotto di maggior pregio per la loro particolare morbidezza, ingualcibilità e finezza del drappeggio.
Altrettanto rinomate erano le sue porcellane policrome, per la raffinatezza e il valore estetico che le contraddistinguevano. E ciò, in virtù sia della purezza del materiale impiegato, specialmente il caolino (di cui esistevano nel Celeste Impero numerosi giacimenti), che dell’eleganza e della lucentezza delle decorazioni.
Senonché i Ming, a capo dal 1368 del Celeste Impero, smisero intorno alla metà del Quattrocento di investire ulteriori risorse nel potenziamento della propria flotta e nelle spedizioni d’oltremare, con cui all’inizio di quel secolo la Cina aveva raggiunto sia le coste del Golfo Persico e dell’Africa orientale (da dove gli intermediari arabi inoltravano le mercanzie cinesi verso l’Europa) che quelle del Pacifico nord-occidentale. Secondo la nuova dinastia imperiale, non valeva la pena continuare ad armare i vascelli per acquisire nuove terre (dato che ne possedevano già a sufficienza per il sostentamento della loro popolazione) né per mantenere alto il nome della Cina fuori dei propri confini. D’altro canto i Ming, in quanto assillati dal timore di una nuova ondata di invasioni dei popoli nomadi, intendevano rafforzare il loro dispositivo militare nel nord dell’Impero (che contava allora 130 milioni di abitanti) e procedere a una colonizzazione della steppa.
Fatto sta che, sebbene fosse stata ripresa in considerazione nel 1480 l’ipotesi di dar corso a un nuovo ciclo di spedizioni marittime, e se negli anni Novanta del Cinquecento si erano allestite delle grandi navi per impedire che il Giappone s’impadronisse della penisola coreana, i Ming avevano deciso, non appena scampato questo pericolo, di voltar pagina al punto da lasciar marcire, all’inizio del Seicento, la propria flotta nel porto di Nanchino. A sua volta, la dinastia Manciù, subentrata nel 1644 a quella dei Ming, aveva badato solo ad accrescere le flottiglie di battelli a cui era affidato il compito di pattugliare i porti e gli estuari contro le scorribande dei pirati.
L’immenso “Paese di mezzo” (come allora si chiamava la Cina) aveva così finito per rinchiudersi sempre più in se stesso, in quanto si considerava anche, in base a un’antica tradizione, un’entità a sé stante, al centro dell’universo, e possedeva comunque terre e altre ingenti risorse da risultare autosufficiente. Perciò i traffici con l’Europa erano caduti interamente, dapprima nelle mani di arabi e portoghesi, e poi degli olandesi giunti nel 1623 a occupare l’isola di Taiwan, e pure degli inglesi, dotati oltretutto di una marina da guerra per presidiare gli scali e i peripli commerciali tra il Mar Giallo e l’oceano Indiano.
Che la Cina di Xi Jinping si proponga oggi di tornare a essere anche una grande potenza marittima, Pechino ne ha già dato una prova tangibile cominciando ad affermare unilateralmente la propria sovranità davanti alle sue coste, per garantirsi così libero accesso al gran largo ed estendere la sua area d’azione, occupando alcuni isolotti rivendicati da Taiwan, Vietnam, Malaysia e Brunei, oltre che dal Giappone.
Nell’ambito di questa strategia figura, insieme all’opera di penetrazione commerciale e all’influenza politica acquisita negli ultimi tempi da Pechino in vari paesi dell’Africa orientale, anche il lancio della “Nuova Via della seta” con l’Europa annunciata adesso da Pechino. E ciò non soltanto attraverso il Mediterraneo (in cui l’Italia dovrebbe costituire la principale mèta finale), ma anche in capo a una vasta rete di infrastrutture ferroviarie e stradali dall’Asia centrale sino al cuore dell’Unione europea, grazie a una serie colossale di investimenti.