Dieci anni di Repubblica, 22 febbraio 1977
La rivoluzione? È un manifesto
«Essi si stanziarono nella Riserva il 2 febbraio 1977 (secondo il vecchio calendario) anno primo della Grande Occupazione. Tale atto (che oggi viene ricordato nella celebrazione della S.S. Occupazione dell’Università) fu subito compreso nella sua essenza non di transitoria manifestazione bensì di definitiva scelta di vita». Così comincia la lunga Riflessione fantascientifica del Collettivo Scimmia d’Oro che nei giorni caldi era appesa ai muri della Facoltà di Lettere a Roma, insieme a una quantità di altri lunghissimi tazebao il cui timbro, spesso letterario, a volte autobiografico, è del tutto inedito rispetto alla tradizione sessantottesca.
Adesso che l’ateneo è chiuso mentre «si fa pulizia» (ma molti studenti, anche moderati sono indignati: «Come! Le pareti di quella Facoltà sono così brutte, e noi le avevamo decorate!» dice la femminista Silvana, mentre altri citano con orgoglio i grandi murales di Architettura) questi lunghi manoscritti sono diventati preziosi.
Insieme agli slogans comparsi per tutto il territorio universitario, («Asor Rosa è un acrostico»; «Asor Rosa sei palindromo»; «Una risata vi seppellirà»; «Il cazzo è mio e lo gestisca chi gli pare»; «Compagne, la situazione sta prendendo una brutta piega: la piega dei pantaloni dei maschietti»; «Non ci servono i morti, ci servono i vivi»; «Fgci we love you»; «Lama, vattene»; «Lama non l’ama nessuno»; «La piramide degli scemi»; «No all’ideologia sì all’informazione»; «Quando la merda acquisterà un valore i poveri nasceranno senza culo»; «Provocate emozioni»; «Tante rose»; «La fantasia al potere») costituiscono la memoria scritta di un’esplosione giovanile post-sessantottesca nella quale, tuttavia, a quasi dieci anni dal «magico» ’68 (così lo definisce il Collettivo Scimmia d’Oro) il ’68, nei suoi significati, è stato capovolto.
E infatti, commenta il linguista Raffaele Simone, al quale abbiamo chiesto una prima lettura di questi scarsi documenti, «lo slogan «La fantasia al potere», che sembra solo una scimmiottatura della sessantottesca «immaginazione al potere» dà invece il senso preciso di questo clima diverso. L’immaginazione è la capacità di staccarsi, sì, dal dato reale, ma per inventare teorie che lo spieghino. La fantasia, al contrario, nega la realtà. Il ’68 fu un tentativo di riorganizzazione, qui siamo nello happening, succeda quel che succeda, noi ci siamo in mezzo è il sottinteso. Non a caso uno slogan dice «provocate emozioni»; non a caso il racconto del Collettivo Scimmia d’Oro (e chi sarà la scimmia?, forse la droga? Ma forse anche no, perché, stranamente, nel suo finale, si rivela un manifesto d’ordine), racconta che «Essi decisero di non organizzarsi». È la logica dello happening, appunto».
Grande capacità di elaborazione, dice ancora Raffaele Simone, «non se ne vede; si vedono invece giochi retorici, come quelli degli slogans relativi ad Asor Rosa, in cui si adotta il lessico dell’interlocutore per svuotarlo.
Ma torniamo alla favola della Scimmia d’Oro: «Scritta con garbo, da qualcuno che sa che Vico si chiamava Giovanbattista e non Giambattista. Umberto Eco e Borges stanno in filigrana dietro il racconto e – là dove si parla di una lunga disquisizione sul colore dell’Utopia («se dovesse essere il blu turchese – come sosteneva l’ala più moderata – o il blu di Prussia – come sosteneva l’ala più intransigente»), – si sentono echi di Baudelaire e Rimbaud, che scrissero sonetti sui colori di alcuni concetti astratti».
Un’altra prova, comunque, insiste Raffaele Simone, che dietro tutto questo sforzo fantastico di metaforizzazione (si parla di un Muro eretto dal Potere intorno alla Università, «che divenne così la Riserva»), continua ad emergere l’irrazionalismo. Il principio del piacere, si dice, è preferito a quello della realtà. Tanto è vero che nel testo della Scimmia d’Oro si legge: «L’unica regola che reggeva la comunità era il dover essere felici... la scoperta della propria sessualità, il diritto a godere, a giocare... e i geloni della classe operaia?, sarebbero scomparsi anche quelli perché l’impossibile era realistico».
Il manifesto della Scimmia d’Oro ha un brusco finale: in cui, commenta ancora il linguista «si torna alla propria matrice culturale, il cosiddetto sinistrese». Ecco: «Anche noi, compagni, ci siamo rotti le palle dei dirigenti cialtroni, dell’attività politica come missione, dell’ideologia del sacrificio (noi siamo, insomma, dei nostalgici bolscevichi)... E tuttavia... troppi si dimenticano che essere comunisti significa un confronto continuo, a volte anche angoscioso, con la realtà, significa ritrovare la dura coerenza della scienza delle cose».
«Un manifesto d’ordine», dunque, conclude Raffaele Simone. Tanto per ribadire che le letture univoche della realtà sono sempre a trabocchetto...