Dieci anni di Repubblica, 19 febbraio 1977
L’ama o non Lama non Lama nessuno
Alle otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell’Università erano già formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d’ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po’ attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli «indiani metropolitani», (l’ala «creativa» del movimento, composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile). Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell’ateneo: «I Lama stanno nel Tibet».
Gli «indiani» dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C’era scritto: «L’ama o non Lama». «Non Lama nessuno» e altri giochi di parole del genere. I sindacalisti e il servizio d’ordine del Pci erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: «Sono goliardi, non bisogna farci caso». Qualcun’altro invece già alla vista del fantoccio si era innervosito: «È una provocazione inammissible, Lama è un leader dei lavoratori».
Assiepati intorno alla facoltà di Lettere gli indiani ballavano, cantavano, scandivano slogan polemici. Ritmavano ossessivamente: «Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci». Ce l’avevano con il governo Andreotti ma soprattutto con i partiti dell’astensione.
Alle 8.30, davanti alla facoltà di Lettere c’è stato uno degli episodi chiave, rimasto ignorato però dalla gran parte della gente. Quattro persone, infreddolite, preoccupate, una delegazione dell’intercollettivo universitario aspettavano Aurelio Misiti, segretario romano della Cgil-scuola. «Avevamo un appuntamento», hanno detto ore dopo ai giornalisti, «per concludere un accordo già preso ufficiosamente la sera prima: al comizio dovevano esserci anche i nostri interventi. La posizione del movimento era quella dello scontro politico, della critica aperta, ma in termini pacifici, e questa linea era legata, indissolubilmente, alla nostra partecipazione al comizio». Aurelio Misiti, invece, secondo quello che hanno raccontato i rappresentanti dell’intercollettivo, all’appuntamento non è venuto. L’attesa si è prolungata per una mezz’ora, poi i quattro dell’intercollettivo, delusi, si sono mescolati fra la folla.
Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al «carroccio» degli indiani (ma c’erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d’ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale dell’ironia e del sarcasmo, anche pesante. «Più lavoro, meno salario», «Andreotti è rosso, Fanfani lo sarà», «Lama è mio e lo gestisco io», «Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo è la produzione», «Più baracche, meno case», «È ora, è ora, miseria a chi lavora», «Potere padronale», «Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia», erano gli slogan più scanditi, parafrasi delle parole d’ordine delle manifestazioni e dei cortei della sinistra. Un gruppo cantava sull’aria di Guantanamera: «Fatte ’na pera, Luciano fatte ’na pera». Una pera, nel gergo freak è una endovena di eroina.
I militanti del Pci erano a questo punto non più perplessi, ma dichiaratamente ostili. Rispondevano con altri slogan: «Via, via la nuova borghesia», «Pariolini, pariolini». Dall’altra parte, settori del movimento, rimbalzavano slogan non più ironici ma di aperta contrapposizione politica: «Provocatori sono Pci e sindacato che pieni di paura invocano lo Stato», «Via, via la nuova polizia».
È stato un crescendo polemico, di violenta contrapposizione, ma una contrapposizione fino a quel momento solo verbale. A ranghi serrati il servizio d’ordine sindacale e del Pci stringeva dappresso «indiani», collettivi e autonomi. La gente assisteva perplessa, qualcuno già spaventato. Il punto di attrito più caldo era intorno al «carroccio» degli indiani: lì davanti era schierato il servizio d’ordine della federazione romana del Pci e i giovani della Fgci. I sindacalisti e i consigli di fabbrica occupavano prevalentemente le «retrovie» e stavano sui bordi della grande fontana di piazza della Minerva.
Luciano Lama è entrato nell’Università con una grande puntualità. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, è passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d’ordine ed è arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spiazzo fra le aiuole della facoltà di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle solite «marce» da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli «indiani».
Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e dell’ortodossia comunista e quello della «creatività obbligatoria», non avevano trovato neanche un punto di incontro, neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici: la pentola in ebollizione da un paio d’ore era ormai sul punto di scoppiare.
Il primo piccolo incidente è avvenuto sui bordi della fontana. Due consigli di fabbrica vicini ad Autonomia Operaia si sono fatti largo per aprire i loro striscioni, rintuzzati dal servizio d’ordine dei sindacati stavano per venire alle mani. C’è stato un intervento di alcuni ragazzi del Pdup e la calma è tornata per poco.
Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano più violenti. Il Corriere della Sera ha scritto «che saremmo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui...».
Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua colorata o vernice. Nel servizio d’ordine del Pci c’è stato un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice è piovuta sulla testa della gente. È partita allora una carica per espugnare il «carroccio» degli indiani. Travolta «Pala creativa» del movimento, il servizio d’ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama, è entrato in contatto con l’ala «militante». Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio è tornato in mano agli occupanti dell’Università che lo hanno usato come un ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d’ordine della federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma è stata il segnale di partenza della rissa più selvaggia.
Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltà di Lettere, contro il servizio d’ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d’asfalto.
Lama ha concluso il suo discorso alle 10.30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno già piangeva urlando «Basta, basta, non ci si picchia fra compagni». Dopo Lama saliva sul palco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma. «Compagni», ha tuonato, «la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni». L’ultima parola è stata quasi un segnale. Un’ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio d’ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti. Il camion è stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse. A gruppi di due o tre, di dieci quindici persone, nei viali alle spalle del rettorato studenti e militanti del Pci e dei sindacati si sono affrontati, a bastonate, a colpi di spranga, di chiave inglese e sassate. Una rissa tragica, violentissima, con gente che piangeva, che imprecava, feriti portati via a braccia (molti militanti dei collettivi non sono andati all’ospedale perché temevano denunce). La facoltà di Lettere era trasformata in una infermeria, i militanti del Pci invece venivano portati di corsa al Policlinico.
La calma dentro l’ateneo è tornata solo quando i comunisti, usciti dall’Università, si sono schierati fuori dai cancelli. Dentro, una parte degli occupanti scandiva slogan contrapposti a quelli dei comunisti, un altro gruppo si riuniva in assemblea a Geologia e stilava una mozione: «La responsabilità degli scontri ricade sull’iniziativa provocatoria ed esterna al movimento presa dal Pci sotto una copertura sindacale unitaria...». In sostanza tutto l’intercollettivo si è assunto la responsabilità di quello che era accaduto, anche se fino a poche ore prima c’era stata violenta polemica fra l’ala di Autonomia e il resto del movimento.
Alle 12.30 circa il rettore Ruberti è uscito dall’Università da un cancello secondario. Aveva già chiesto l’intervento della polizia.
Per qualche ora c’è stata una pausa, come se i contendenti, dovessero tirare il fiato per riprendersi dalle emozioni, dal trauma di quello scontro violento fra bandiere rosse. Poi, mentre cominciava l’assemblea dei collettivi, alle 16.30, fuori dall’ateneo sono cominciati ad affluire i reparti della polizia e dei carabinieri. Qualcuno ha improvvisato barricate con tavoli, travi, automobili rovesciate, distrutte, demolite pezzo per pezzo.
Colonne di jeep, camion, «pantere», pullman di carabinieri hanno riempito rapidamente i viali intorno all’Università. Una sola strada è rimasta libera, quella dell’uscita di via de’ Lollis, unica via di scampo per gli «assediati».
Alle 17.40, dopo un timido tentativo di resistenza degli occupanti che avevano incendiato le auto della barricata, la polizia ha marciato verso i cancelli. In testa una autoblindo, dietro file di uomini con giubbotti antiproiettile e maschere, sotto un fuoco di copertura di centinaia di gas lacrimogeni che in breve hanno avvolto tutta la zona in una nuvola di fumo acre. La barricata è stata demolita da un bulldozer, poi, sempre sparando candelotti, gli agenti sono entrati. La gran massa degli occupanti era già fuggita, gli ultimi hanno imboccato il cancello di via de’ Lollis verso le 18.15.
Padroni del campo, sotto la luce delle fotoelettriche, poliziotti e carabinieri hanno rastrellato gli edifici. Fuori, per le strade di San Lorenzo, si è acceso qualche focolaio di guerriglia. Forse sono stati sparati colpi di pistola (ma è una notizia ancora non confermata), secondo gli aderenti ai collettivi due giovani militanti di Lotta Continua sono stati picchiati dal servizio d’ordine della Fgci e del Pci fermo in via dei Frentani a presidiare le sue sedi.
Alle 20 tremila studenti erano riuniti ad Architettura. Scadenze per i prossimi giorni: una manifestazione cittadina sabato, una manifestazione nazionale in settimana, assemblee nelle scuole.
Gli interventi, brevi, incalzanti, disegnavano la nuova strategia del movimento. Al primo posto la necessità di darsi una forma di organizzazione «perché la sovranità dell’assemblea e delle sue decisioni venga rispettata». Ha parlato anche un giovane della Fgsi che ha espresso solidarietà ai collettivi e ai comitati di lotta contro la riforma Malfatti.
Da ieri mattina tutto il dibattito, le discussioni, le riunioni si sono spostate. Ad Economia e Commercio e Architettura, le due facoltà fuori dalla cinta dell’ateneo, le assemblee sono andate avanti fino a sera. È stata votata una mozione: dopo aver ribadito che il movimento «è stato fatto bersaglio di una offensiva dell’apparato dello Stato e del gruppo dirigente del Pci» si afferma che «è in corso da parte della borghesia italiana guidata dal governo Andreotti un aperto tentativo di criminalizzare la lotta dei giovani». Gli obiettivi del movimento sono: «Ritiro del progetto Malfatti; sciopero generale nazionale contro il governo». «Il movimento», è scritto nel documento, «sa che questi obbiettivi significano il rifiuto della politica dei sacrifici». Si conclude indicendo una manifestazione per oggi pomeriggio alle 17, «pacifica e di massa».
Intervista di Silvia Giacomoni al professor Edoardo Arnaldi
Come si lavora, oggi, a Fisica?
«A parte il disturbo delle agitazioni studentesche soffriamo l’inadeguatezza delle strutture. Però, grazie ai provvedimenti urgenti (1), abbiamo messo in cattedra dei giovani di valore; alcuni di altissimo livello. Gli studenti sono troppi: se si potesse selezionare dalla massa un cinque o dieci per cento, le cose andrebbero bene. Ma se questa massa deve essere tutta portata alla laurea, con queste strutture, con il «mammismo» sociale che impone di fargli fare gli esami quando vogliono e di non bocciare per non rendere infelici questi poveretti, allora c’è un numero sterminato di persone di cui non si sa che cosa fare. Così l’Università italiana è diventata una delle più selettive che esistono. La selezione non è più affidata ai professori, ma alla capacità dei ragazzi: quelli bravi sanno raccapezzarsi nella confusione, riescono a studiare.
Ci sono quelli che inevitabilmente si perdono; poi c’è la fascia intermedia, che segue il destino dei peggiori perché non resiste al fascino degli altoparlanti: altro che il canto delle sirene!».
Note: (1) La legge n. 766 del 30 novembre 1973 (che convertiva un decreto del 1° ottobre) sistemò parecchi precari dell’Università. Questa stessa legge consentì l’ingresso degli studenti nei consigli di facoltà.
Intervista di Silvia Giacomoni al professor Rosario Romeo
Quanti studenti frequentano il suo corso?
«Una ventina. Dieci anni fa erano un centinaio. Prima ancora, quando ero più esigente agli esami, erano più numerosi. Oggi lo studente ha la possibilità di sostituire ogni insegnamento con un altro, e c’è stato un aumento di insegnamenti oltre ogni ragionevolezza. Alla facoltà di Lettere di Roma ci sono duecento insegnamenti, nove cattedre di letteratura italiana, sei di storia medioevale: potrebbero anche essercene due di assirologia, ciascuna col suo bravo studente».
Perché gli studenti non frequentano?
«Le ragioni sono molte, e conta anche la paura. Alla Università si incontrano dei ceffi che neanche a stazione Termini la notte. Per sentire una lezione su Sofocle o su Goethe si rischia di trovarsi in una rissa dove può scappare anche il morto. È pagare la scienza un po’ salata».
A chi fa risalire le responsabilità politiche di questa situazione?
«Non si può che ripetere quello che tutti sanno: all’inizio c’è il dilettantismo delle forze politiche, in cui sempre si distingue il partito socialista; c’è la strumentalizzazione dei comunisti; il desiderio, da parte della sinistra cattolica, di essere dentro il movimento che finalmente scardinerà una istituzione liberale sopravvissuta a venti anni di governo democristiano. Da parte delle forze di governo c’è l’incapacità, la paura di usare il potere. Si sa come vanno le cose quando c’è l’incidente, l’occupazione, la delibera da parte dell’assemblea che d’ora in avanti, che so, il voto non lo decide più il professore ma chi assiste all’esame. I comunisti cercano di strumentalizzare l’incidente per mettere in difficoltà il governo. I socialisti vogliono dimostrare di essere libertari, e più a sinistra del Pci. I cattolici di sinistra vedono con gioia distruggere le strutture attraverso le quali son state pronunciate le grandi bestemmie della cultura liberale. E il governo, che dovrebbe difendere l’istituzione che costa tanti denari ai cittadini, si trova di fronte a persone disposte a spaccare e a farsi spaccare la testa. Così mentre si agitano i circoli culturali e la stampa, e tutti dicono che i problemi dei giovani non si risolvono con la polizia, nascono i problemi dell’ordine pubblico. Le cose sono andate così per anni».