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 2017  giugno 10 Sabato calendario

L’Arabia guida la classifica dei tifosi Isis

Che i jihadisti al soldo del sedicente califfo Al Baghdadi siano attivi sui social network è cosa risaputa. Soprattutto su twitter dove, oltre a postare foto e immagini di gattini, lanciano le rivendicazioni dei tanti attentati che mettono a segno seminando il terrore in tutto il mondo. Forse si sa un po’ meno da dove arrivino i jihadisti e i loro sostenitori. 
A far luce sui Paesi d’origine dei tifosi dello Stato Islamico e delle sue nefandezze ci ha pensato una mappa elaborata dal think tank americano Brookings Institute e pubblicata sul web dal sito Statista e dal quotidiano inglese Independent. I dati non sono recentissimi, ma dal 2015 a oggi le cose non sono poi tanto diverse, e se sono cambiate è perché sono peggiorate. Anche perché la mappa non tiene conto delle migliaia di account che ogni giorno vengono chiusi perché riconducibili ai jihadisti o a loro simpatizzanti. 
La ricerca ha preso in esame un campione di 20 mila tweet che supportavano i jihadisti e ne ha analizzato la provenienza geografica. Arabia Saudita, Siria, Iraq. Sono questi i primi tre Paesi da dove provengono i cinguettii di chi sostiene l’Isis. Al quarto posto, forse un po’ a sorpresa, ci sono gli Stati Uniti. A seguire Egitto, Kuwait, Turchia, Territori Palestinesi, Libano, Regno Unito e Tunisia. Nessuno, tra i sostenitori dei miliziani del sedicente Stato Islamico, pare dall’Iran, patria del terrorismo secondo i sauditi, e nessuno dal Qatar. 
Tuttavia i sauditi insieme agli altri Paesi che hanno rotto con il Qatar hanno stilato una lista nera con 59 persone e 12 organizzazioni legate a Doha, che finanzia il terrorismo. Sono libici, kuwaitiani, giordani, sauditi, yemeniti, egiziani e qatarioti, per la maggior parte nell’orbita dei Fratelli musulmani. 
Contraddizioni su contraddizioni, insomma, dal momento che nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo il video della nazionale di calcio saudita che non ha partecipato al minuto di silenzio per le vittime dell’attentato di Londra. Calciatori e società si sono poi scusati e giustificati dicendo che il minuto di silenzio non è parte della loro tradizione. Ma quando morì nel 2015 il re Abdullah bin Abdulaziz furono proprio i sauditi a chiedere e a ottenere che in sua memoria si osservasse un minuto di silenzio durante i campionati mondiali di pallamano che si svolsero a Doha nel 2015. 
Siria e Iraq nella mappa sono al secondo e terzo posto. Questo dato sorprende meno, dato che qui batte il cuore del jihadismo. Quando Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno 2014 si autoproclamò Califfo disse che il territorio dello Stato Islamico abbracciava la Siria e il Levante. Uno stato dai confini flessibili, che tuttavia prevedeva alcune province in Nordafrica. Solo in seguito la battaglia sarebbe arrivata in Europa per conquistare Roma e gli occidentali definiti crociati. La mappa del tifo jihadista la dice lunga, quindi, non solo per quanto riguarda le conquiste dell’Isis a livello territoriale, ma soprattutto per quanto riguarda il sostegno morale e ideologico che viene dato ai miliziani. Il che significa che i gregari del Califfo possono sapere dove trovare terreno fertile nel reclutamento delle nuove leve. Perché non va dimenticato che gran parte della sua propaganda l’Isis la fa sul web. Non a caso, al decimo posto tra i Paesi da cui si twitta di più a sostegno dell’Isis c’è il Regno Unito. Proprio da qui sono partite centinaia di foreign fighters, e proprio qui stanno pian piano tornando a casa dopo aver combattuto in Siria. E sono pronti a colpire. Le ultime stime, di un paio di mesi fa, parlano di oltre 400 jihadisti di ritorno: non solo lupi solitari, ma cellule strutturate che si organizzano per mettere a segno sanguinosi attentati.