Libero, 10 giugno 2017
L’Ilva non salderà le fatture al 97 per cento dei fornitori
L’Ilva, risanata e venduta agli indiani di Arcelor Mittal in cordata con Marcegaglia, rimborserà appena il 3% dei crediti verso i fornitori. E si tratta di una montagna di soldi. Almeno 2 miliardi di euro. A certificarlo la relazione presentata dai commissari straordinari e che riassume a sua volta il piano industriale di Am Investco. La cordata che si è aggiudicata la gara, battendo i concorrenti di Acciaitalia (Jindal e Del Vecchio).
Alla pagina 17 del documento, intitolata «Simulazione preliminare della distribuzione dei proventi» compare il riassunto di come saranno frazionati gli attivi disponibili fra i creditori. Dunque non si tratta di un’indiscrezione, ma di un documento ufficiale, presentato fra l’altro al Ministero dello Sviluppo economico.
A recuperare tutti i 300 milioni del prestito ponte erogato con risorse reperite nella finanziaria 2016 sarà sicuramente lo Stato che si sostituì direttamente alla Cassa depositi e prestiti nell’erogazione della somma necessaria ad assicurare la continuità aziendale dell’Ilva. Altri 230 milioncini «sicuri» saranno quelli che ritorneranno nelle casse degli istituti di credito che li resero disponibili a fronte di un’ipoteca sugli impianti.
C’è poi una cifra consistente, fra 1,2 e 1,3 miliardi di euro che viene classificata alla voce «prededuzione, Tfr e altri debiti privilegiati ex articolo 2751 del Codice civile». Alla quota di liquidazione non versata per i dipendenti, che andrà sicuramente coperta, si aggiungono le retribuzioni eventualmente non corrisposte e le prestazioni di lavoro offerte a vario titolo alla società di Taranto da singole maestranze, anche associate in cooperativa, oppure fornite da società autorizzate alla intermediazione di manodopera. Oltre al lavoro non retribuito a professionisti e consulenti che abbiano prestato la loro opera individualmente.
Tutti coloro che rientrino in questa classificazione sono abbastanza sicuri di recuperare i loro denari. Ma c’è invece chi non prenderà praticamente nulla. Si tratta delle imprese fornitrici che nel 97% dei casi non avranno neppure un cent dei crediti che vantano nei confronti del più grande gruppo siderurgico europeo. La cifra è impressionante e viene collocata dai commissari Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi, in una forchetta che va da 2,08 a 2,18 miliardi di euro. Questo sempre in base al piano industriale presentato da Am Investco. A fronte di questa esposizione, i rimborsi previsti vanno da 0 euro a 70 milioni. In questa categoria rientrano una parte dei «debiti privilegiati» e i «debiti chirografi». Dunque ci dovrebbero essere dentro le spettanze dei fornitori e in parte anche erogazioni bancarie. Più non è dato sapere, perché la gestione commissariale non ha approfondito la cosa. Né ha intenzione di farlo a beneficio della stampa.
D’altronde non è da oggi che le aziende dell’indotto Ilva sono in difficoltà. Era il gennaio 2015 e i tre commissari non si erano ancora insediati, quando industriali e artigiani tarantini lanciavano l’allarme. Gli effetti della legge Marzano modificata per decreto a fine 2014, affermarono allora la locale Confindustria, assieme a Confesercenti, Casartigiani, Cna, Confartigianato e Confapi, avrebbero finito per azzerare del tutto i crediti vantati dalle aziende dell’indotto. Eventualità che si sta puntualmente verificando.