la Repubblica, 11 giugno 2017
Come pensava la mano di Raffaello
Come pensa una mano? Come parla una mano? E che cosa è capace di dire? Queste domande stanno dietro la magnifica mostra di disegni raffaelleschi che l’Ashmolean Museum di Oxford ospita fino all’inizio di settembre. L’ultima mostra simile risale al 1983, e si tenne già in Inghilterra, quella volta al British Museum. Sono passati trentaquattro anni da allora e sono mutati i discorsi critici e si è sentito il bisogno di un altro confronto, rinfrescante, approfondito e generale, con i disegni di un maestro come Raffaello. Non è un caso che il concetto di una nuova mostra sia partito dall’Ashmolean Museum e in particolare da Catherine Whistler, esperta di disegno e “keeper of Western art” nella stessa istituzione, affiancata da Ben Thomas, professore dell’Università di Kent. Gli stessi ideatori, Whistler e Thomas, firmano un ottimo catalogo, cui hanno partecipato anche Achim Gnann ( direttore dell’Albertina di Vienna) e Angelamaria Aceto.
L’Ashmolean vanta la collezione di disegni raffaelleschi più ricca al mondo, circa ottanta ( quel che resta di circa centocinquanta attribuzioni originarie). Di questi ne sono esposti cinquanta. Nel totale di oltre cento disegni ben venticinque provengono dell’Albertina, partner ufficiale della mostra, tra cui il superbo disegno in sanguigna che Raffaello mandò a Dürer come campione del suo talento. Non irrilevanti i contributi del Louvre, degli Uffizi, di Elisabetta II, del British Museum e di altri. Perfino un privato ha dato qualcosa.
Raffaello è un disegnatore versatile e sperimentale. Si va dallo schizzo rapido, “alfabetico”, impressione di pochi segni, al garbuglio di linee e ghirigori, quasi pensieri ad alta voce, all’esecuzione impostata, dove il lavoro è avvenuto in più fasi, in una progressiva presa di co- scienza e di possesso, alla rappresentazione sintatticamente chiusa e autorevole, che si offre con teatrale assertività. Si va dall’intimità sussurrata alla gestualità cantata, dal minimale al complesso, dall’ombra al corpo. E c’è l’individuo e c’è il gruppo, ci sono barbe e panneggi e ci sono corpi nudi, disiecta membra e coreografie, la carne pomposa e la scarnificazione radiografica.
L’occasione e la finalità fanno molto, ma anche la tecnica, che può variare effetti e affetti con sensazionale potenza. Grafite, inchiostro, sanguigna, gesso bianco, carboncino, penna, stilo a punta di piombo – con tutti la mano di Raffaello è a suo agio, saggiando intensità, precisione, morbidezza, levità. La proverbiale “grazia” (la charis dei greci, concetto estetico ed etico, ma prima ancora retorico) non nasce dall’immediatezza del genio, del quale pure non si può dubitare, ma è avventurosa ricerca; accumulo di esperienze e repertorio di possibilità.
A Oxford tutto questo appare come non era mai apparso. A differenza di Michelangelo, Raffaello non ha lasciato disegni “finiti”. Tutti i disegni che ci sono arrivati hanno funzione preparatoria; servono cioè a stabilire immagini ed elementi compositivi che si ritrovano compiuti solo nella pittura. E così l’opera grafica è stata considerata e studiata finora; solfeggio, o traccia filologica, se si preferisce. Chi ha progettato questa mostra, invece, la pensa diversamente, e invita a dimenticare la dimensione provvisoria, lo stato di prova, e a considerare ogni foglio un dato in sé, un assoluto pur nella sua circostanzialità. Una simile impostazione critica apporta vantaggi inediti sia per l’interprete professionista sia per il semplice osservatore. Ora davvero possiamo vedere altro, e di più, perché quello che abbiamo davanti ci diventa presente.
Ora ogni segno sta per se stesso, e non per qualcosa che verrà; e sta con tutti quelli che occupano lo stesso spazio. Dimentichiamo dunque le pitture finali (scuole d’Atene, Parnasi, deposizioni, dispute, stragi degli innocenti, madonne con bambino etc.), che certo tanto devono a questa preliminare ginnastica, e le differenze tra il prima e il dopo, e godiamoci le singole composizioni come se assistessimo a un’opera in corso. Ascoltiamo. La mano è una voce molto eloquente, che riempie l’atmosfera del foglio, delimitando, inseguendo, trovando, abbandonando, posandosi o incidendo la sostanza del vuoto. Il suo primo oggetto è se stessa, non la cosa che sembra rappresentare. C’è una geometria del respiro nell’oratoria. Questa stessa geometria si va costruendo in un disegno di Raffaello.
La mostra di Oxford ci spinge a riapprezzare il concetto di esercizio artistico e a ripensare perfino quello di arte, poiché sposta l’esito creativo dal ne varietur del pezzo da museo al momento incipitario dell’impulso, dove un Raffaello non è diverso dall’artista di Altamira o da un bambino che scarabocchia. Se tutti questi disegni non si fossero tradotti in pittura, sarebbero ancora risultati supremi in virtù della loro spettacolare capacità manuale. Ma si sono tradotti? No, o non solo. Stanno lì in sé, in una temporalità/ spazialità che sorge proprio con loro e si identifica con loro, come quelle particelle della fisica che nessuno vede ma devono pur esserci perché esiste il luogo in cui è possibile che accadano. Ecco: è l’accadere la materia di questi disegni. E non un accadere qualunque, casuale, ma il voler accadere, l’intenzionale naturalezza di un istinto.
Chi come me si occupa di letteratura rinascimentale è tanto più grato a questa mostra perché ha anche il merito non marginale di ricordare al mondo che il Rinascimento è una civiltà del disegno. Il disegno si è rivelato arte delle arti, e perfino forma d’arte autonoma (pensiamo ancora a Michelangelo), ma ha fornito un modello concettuale ad altri ambiti del pensiero e dell’esperienza, come la morale e la politica. Non a caso Il cortegiano di Baldassar Castiglione, che per compito primario aveva quello di indirizzare gli umori incerti del principe alla ragione, ci si doveva istruire. Disegno significa struttura profonda, pensiero del pensiero, raziocinio ed eleganza di ragionamento. Per il Machiavelli è sinonimo di intenzione. Imparando a guardare il Raffaello disegnatore nelle sale dell’Ashmolean, torniamo all’origine di tutta una cultura e chissà che non riusciamo a trarre ispirazione per qualche produttivo confronto con la nostra.