la Repubblica, 11 giugno 2017
Un campo di calcio ad Alghero mette nei guai Cuccureddu
ALGHERO «A tirare due calci a un pallone sono buoni tutti, ma bisogna insegnare ai ragazzi i veri valori della vita, di cui lo sport è un veicolo fondamentale». Antonello Cuccureddu spiegava così al quotidiano locale La Nuova Sardegna, lo scorso 30 ottobre, i progetti per la sua scuola calcio per giovanissimi, progetti che poteva finalmente realizzare grazie alla concessione del campo di Maria Pia, ad Alghero. Ma già da luglio 2016 sull’assegnazione per la gestione di quella struttura, a pochi passi dalla pineta e dalla spiaggia più bella della città, indagavano i carabinieri del Noe di Sassari, con l’ipotesi di un bando di gara irregolare, scritto ad hoc per favorire l’associazione sportiva dell’ex giocatore della Nazionale.
Ieri mattina cinque ordinanze cautelari emesse dal tribunale di Sassari hanno disposto per Cuccureddu e suo nipote, nonché segretario della sua associazione sportiva, Efisio Balbina, il divieto di dimora nel loro comune di nascita, Alghero appunto. Sono invece agli arresti domiciliari il politico sardo di lungo corso Antonello Usai, vicesindaco, assessore con deleghe alle politiche della pianificazione urbana e dello sport ed ex assessore regionale della Sanità, Giovanni Salvatore Mulas, presidente della Commissione Giudicatrice e il segretario Giovanni Salvatore Chessa. Gli indagati sono accusati, in concorso, di induzione indebita a dare o promettere altra utilità e turbata libertà degli incanti. Secondo il Noe, il vicesindaco Usai ha fatto pressioni sui vertici della commissione giudicatrice perché aggiustasse i verbali di gara e fosse così favorita l’associazione di Cuccureddu per l’assegnazione della concessione di sei anni a gestire la struttura sportiva comunale polivalente di atletica e calcio.
Il clamore della notizia ieri ha quasi coperto il rombo delle auto del Rally di Sardegna, che in questi giorni sfilano sul lungomare di Alghero, ancora addobbato con bici e drappi rosa per la recente partenza del Giro d’Italia. Che si parli di sport con ordinanze del tribunale è un brutto colpo per la giunta del sindaco Mario Bruno, che proprio sull’immagine di Alghero come città di eventi ha puntato molto. In carica dal 2014, la giunta si regge su una maggioranza precaria: «Ma ci sono le condizioni per andare avanti – dice Bruno – anche se Usai ha rassegnato le dimissioni con una lettera a me e al suo partito». C’è chi difende Cuccureddu sostenendo che la struttura di Maria Pia era «in completo degrado, un campo di sterpaglie» che soltanto l’entusiasmo dell’ex juventino avrebbe saputo valorizzare e chi prende le difese «dei bambini delle altre società che si allenavano lì da tempo». Pochi i commenti sul coinvolgimento del vice sindaco, in quota Udc, già presidente del Parco di Porto Conte.
Cristina Nadotti
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Quel terzino goleador nella Juve dei meridionali tanto amata dall’Avvocato
La Juve di Antonello Cuccureddu detto Cuccu era l’orgoglio dei battilastra della Fiat Mirafiori, il riscatto settimanale dei forzati del reparto presse. Perché era una squadra di campioni, ma di più una squadra “terrona”. In quell’inizio dei Settanta ruggenti (per i bianconeri, un po’ meno per l’Italia) nella Juventus svettavano i siciliani Anastasi e Furino, il leccese Causio, il libico Gentile e il sardo Cuccureddu, con quel cognome così impegnativo e quella tonnellata di muscoli e peli. E se è una forzatura affermare che l’avvocato Agnelli volesse proprio una Juve meridionale e operaia per farsi più amare dalle folle, di certo gli piaceva questa doppia anima, non solo l’aristocrazia della classe ma il nerbo, la potenza e la furia dei travet del pallone. Di tutti loro, Cuccureddu era forse il più grezzo ma non certo il meno dotato. Ed era di gran lunga il più moderno e duttile, il più “olandese”.
Come i draghi in maglia arancione, infatti, anche Cuccu sapeva attaccare e difendere allo stesso tempo. Nasceva mezzala, ma faceva benissimo anche il mediano e il terzino. Nella stagione 1975/76 indossò addirittura sette numeri di maglia diversi, allora non esisteva la numerazione fissa e Cuccureddu mise anche il 10 e l’11, come un regista o un’ala classica. Per lo più indossava il 3, e fu Cabrini a portarglielo via. In 12 anni di Juventus vinse qualcosa come sei scudetti e una Coppa Uefa, il primo trofeo europeo della (difficile) storia bianconera. E mai una polemica, mai una sbavatura. Uomo mite e taciturno, sempre gentile anche se introverso, tutto il contrario dell’esuberanza atletica che portava in campo.
Sardo atipico, perché abbastanza ignorato dalla sua terra (giocò appena una stagione nella Torres, prima di passare al Brescia dove lo acquistò la Juventus), non è mai stato un simbolo come l’assai meno vittorioso Virdis o l’immenso (ma lombardo) Gigi Riva. Dopo avere smesso col calcio ha vissuto una lunga carriera da allenatore, non fulgida ma neppure ingloriosa (portò tra l’altro in serie B il Crotone e il Grosseto), anche se qualche ombra su di lui si è addensata: da sempre nell’orbita di Luciano Moggi, nel corso dell’inchiesta su Calciopoli venne ascoltato dalla procura federale. Poi Cuccureddu è sparito dalle cronache per tornarci ieri, contromano. Nel frattempo era diventato una gag di Aldo, Giovanni e Giacomo con il dizionario Cuccureddu e le lezioni di sardo.
Il segno di Zorro di questo jolly del pallone era il tiro, un destro tonitruante con cui segnò molti gol, 26 soltanto nella Juve. Specialista di punizioni e rigori, ne sbagliava pochissimi anche se uno dei rari errori dal dischetto costò ai bianconeri la Coppa Intercontinentale, nel ’73. Però fu proprio quello il suo anno di grazia: il 20 maggio una stangata di Cuccureddu da fuori area, all’Olimpico contro la Lazio, diede alla Juve il quindicesimo scudetto mentre il Milan crollava (5-3) nella fatal Verona. Cinque anni più tardi, in Argentina, Cuccu sarebbe diventato il primo sardo a disputare una fase finale del mondiale, dopo di lui soltanto Zola e Sirigu.
Eppure non gli sono bastate le vittorie nella squadra più importante d’Italia per essere considerato uno dei migliori terzini/mediani di sempre. Forse perché era così schivo, forse perché sapeva stare anche troppo al proprio posto. E quando Bearzot, che pure lo aveva lanciato in azzurro non lo chiamò più, a denti stretti Cuccureddu si limitò a dire: «Però una spiegazione poteva anche darmela». Adesso, a occhio, quella frase la rivolgeranno a lui.
Maurizio Crosetti