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 2017  giugno 11 Domenica calendario

Melania alla Casa Bianca con 90 furgoni di abiti e i Lego del giovane Barron

Regalo per il compleanno del marito, nella speranza che il marito apprezzi e si distragga un po’ dalla nevrosi di Twitter, Melania Knauss Trump, l’ immigrata slovena divenuta la First Cenerentola d’America, traslocherà finalmente nel castello del suo 71enne principe azzurro, la Casa Bianca, mercoledì prossimo 14 giugno. Novanta furgoni carichi di effetti personali, se la media dei precedenti traslochi presidenziali dei Reagan, Bush, Clinton o Obama sarà mantenuta, schioderanno la signora e il figlio Barron, comprese le merendine preferite dal ragazzo e la sua adorata collezione di Lego, dall’attico della Trump Tower a Manhattan dove si era arroccata con il pretesto dell’anno scolastico, per cominciare l’interpretazione del ruolo più difficile che l’America riservi ai propri personaggi pubblici: la parte della First Lady. E dei First Children.
Nessuna legge e nessun regolamento definiscono che cosa debba fare la moglie del Capo dello Stato. Ogni “First Lady”, da Martha Washington che seguiva entusiasticamente il marito generale accampandosi con lui nelle tende militari ma detestava le residenze ufficiali, fino a Michelle Obama che sfogava la sua insofferente esuberanza zappando l’orto e curando la forma fisica, ha dovuto inventarsi un copione e indossare un costume di scena, sotto lo sguardo implacabile del pubblico e soprattutto delle donne.
Può sembrare ridicolo o addirittura offensivo per gli abitanti del bilocale con angolo cottura riferirsi alla signora che domina sui “18 acri”, come il personale chiama in privato la Casa Bianca, sui 7 ettari che formano il complesso di edifici e terreno, come “prigioniera”. Ma il senso di opprimente claustrofobia, di esistenza da pesci rossi nell’acquario, è esattamente la lamentela che queste donne confessano. «La sola volta in cui Sasha osò aprire la finestra sulla Pennsylvania Avenue, i passanti la riconobbero e cominciarono a gridare il suo nome», disse Michelle Obama. «Non la aprì mai più».
La prospettiva di anni senza poter aprire nessuna delle finestre delle 132 stanze e 16 camere da letto dove dormono – sempre in stanze separate – i coniugi, i loro figli e i loro ospiti pedinati premurosamente dal maggiordomo in capo, da valletti e vallette, da inquieti agenti del Servizio Segreto, possono spiegare l’espressione perennemente inquieta di Melania e la sua riluttanza a lasciare New York. Aiutando a dipingere quel velo di malinconia distratta che appanna il volto del bellissimo ragazzo che ha avuto, in qualità di terza moglie, da Donald. Nel suo attico e superattico sulla Quinta Strada di Manhattan, la bella Cenerentola venuta dall’Est per salire al vertice dell’Ovest era la indiscussa signora e padrona. Nella Casa Bianca è ostaggio della Storia.
Con un marito instancabilmente fuori dai piedi, svolazzante fra campi di golf,cantieri, studi televisivi, concorsi del suo Miss Universo, Melania a New York aveva potuto assumere quel ruolo che lei stessa nelle interviste si era dato: «Mamma, prima di tutto». Nella torre che lampeggiava il proprio cognome in lettere cubitali di ottone maiuscolo, TRUMP, Barron aveva avuto un piano tutto per sè, dove era cresciuto nella solitudine che lui preferisce, dipingendo le pareti e il soffitto con disegni soprattutto di quegli aerei ed elicotteri sui quali il papà viaggiava in continuazione. E costruendo e demolendo – lo ha raccontato la mamma – grattacieli e piramidi di Lego, spesso vestito nel suo abbigliamento preferito: completo scuro, camicia bianca e cravatta. «Non è tipo da felpe e T-shirt ammise Melania – fin da piccolo voleva vestirsi come Donald».
L’arredatrice-architetta scelta per dare una rinfrescata alla zona residenziale della Casa, è una laotiana, Tham Kannalikham, divenuta celebre come “designer” per Ralph Lauren. Una «tradizionalista», ha spiegato Melania «con il massimo rispetto per quello che la Casa Bianca rappresenta», che ha scelto il bianco per la tinteggiatura e colori soft per «garantire un buon sonno» all’agitato Presidente. Barron erigerà i suoi cantieri di mattoncini, mentre la mamma, accudita da addette stampa, assistenti, team di pubbliche relazioni, cercherà una “mission” per dare un senso alla propria funzione. Barron apprezzerà la solitudine, che sempre abbonda quando si vive in quella Casa di Carte. A lui, come alla madre l’augurio di non vivere le ore strazianti delle First Lady e dei figli di altri Presidenti. Quella Casa della Solitudine, nella magniloquenza dei “18 acri”, ha saputo essere luogo di tormenti per donne e bambini senza colpe. Anche i media e le comari ronzanti dei Social Network sanno che i bambini vanno rispettati. Buon trasloco, Barron e Melania, viaggiatori della solitudine.