la Repubblica, 11 giugno 2017
L’amaca
Sarebbe non solo bello, ma anche sensato, che si facessero primarie di coalizione per scegliere tra Renzi, Pisapia ed eventuali altri coraggiosi un candidato premier del centrosinistra o alleanza progressista o come la volete chiamare. E sarebbe non solo bello, ma anche sensato, che i perdenti considerassero ovvio non solamente accettare il risultato, ma mettersi a disposizione della coalizione per cercare di vincere le elezioni e governare.
Ma ciò che è bello e normale raramente è possibile in quel luogo di vanità e di sospetti, di faide interne e di rancori personali che è la sinistra italiana: e non solamente il Pd, che ultimamente rassomiglia a una corte papalina (se i Borgia avessero twittato, il Pd sarebbe nato già nel sedicesimo secolo), ma anche la sconclusionata galassia di partitelli e movimentini alla sua sinistra, la cui ragione statutaria è fare le pulci al vicino piuttosto che accorparsi contro gli avversari. Se fossero gli elettori a contare, una larga maggioranza di loro deciderebbe per un’alleanza che provi a tenere insieme la sinistra dem e quella neosocialista; e deciderebbe per le primarie. Ma non sono gli elettori, sono i partiti a decidere, e questa non è l’ultima delle ragioni della loro crisi.