Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  giugno 10 Sabato calendario

L’incorreggibile corsa al decreto

C’è un decreto nel nostro orizzonte collettivo. Quello che reclamano le vedove della legge elettorale, dopo l’incidente che ne ha celebrato i funerali. Dicono: il proporzionale alla tedesca era l’ultima occasione, ma il Parlamento l’ha sprecata. Quale migliore prova d’impotenza? Non resta dunque che sciogliere anzitempo queste due Camere inette, abiette, infette. Vuol dire che voteremo con il Consultellum, ossia con il sistema sforbiciato dalla Consulta. E se Mattarella insiste per rendere più armoniche le regole elettorali di Camera e Senato, pazienza, ce la caveremo con un decreto legge, tanto ormai si legifera soltanto per decreto. Giusto? No, sbagliato. Intanto per un vizio logico, per un bisticcio tra cause ed effetti. Avevano orchestrato il voto a settembre perché ci garantivano entro luglio la riforma della legge elettorale; ora lo prospettano perché hanno fallito la riforma. La logica non è quasi mai di casa nelle assemblee politiche, disse Minghetti nel 1874, parlando ai deputati dal suo scranno di presidente del Consiglio; un secolo e mezzo dopo, possiamo cancellare il quasi.
E in secondo luogo c’è un vizio giuridico in questa brama di decreti. Non tanto perché una legge dello Stato italiano (n. 400 del 1988) ne vieti espressamente l’adozione in materia elettorale. Dopotutto nessuna legge vincola le leggi successive, né i decreti con forza di legge; e infatti in questi settant’anni di Repubblica non si contano i provvedimenti del governo intervenuti in via d’urgenza sulla “legislazione elettorale di contorno”, dalla disciplina delle campagne elettorali alle modalità di selezione delle candidature o alla durata delle votazioni. Insomma, per incontrare un limite cogente all’uso dei decreti elettorali dovremmo leggerlo, nero su bianco, nella Costituzione; non a caso la riforma Boschi aveva deciso d’introdurlo. Ma quella riforma non c’è più, pace all’anima sua. Ciò nonostante, ogni decreto legge resta pur sempre un atto eccezionale, una risposta straordinaria a una situazione straordinaria. Si giustifica per fronteggiare l’emergenza, altrimenti alla legislazione provvede il Parlamento. Ma dov’è, in questo caso, l’emergenza, dove sta l’urgenza? La XVII legislatura scadrà in febbraio, mica domani. Quindi un decreto potremmo semmai gustarlo insieme al panettone, non prima. Anche a Natale, però, bisognerebbe comunque dimostrare l’extrema ratio del decreto, la sua natura di male minore, per opporsi a un male maggiore. Tanto più se quel decreto intendesse regolare aspetti essenziali del sistema elettorale, come le soglie di sbarramento, per renderle omogenee nelle due assemblee rappresentative. In breve, un decreto è ammissibile a due sole condizioni: che la legge in vigore risulti inapplicabile; o che sia incostituzionale. Il primo caso si configurerebbe, per esempio, ove il Parlamento abrogasse la vecchia legge elettorale senza sostituirla con la nuova, o se dettasse norme impossibili da rispettare. Cadremmo allora in una democrazia sospesa, incapace a rinnovare i propri organi elettivi; sicché il decreto servirebbe a riattivarla. Ma adesso il Consultellum è vivo, e lotta insieme a noi. Come peraltro scrisse la Consulta già nel comunicato stampa della sua decisione sull’Italicum (n. 35 del 2017): «All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione». Il secondo caso si è verificato durante i lunghi anni di vigenza del Porcellum, legge incostituzionalissima, come fu poi accertato dalla sentenza n. 1 del 2014. Mentre in Parlamento naufragava qualsiasi tentativo di riforma, chi scrive avanzò una proposta disperata per reagire a quella situazione disperante: riesumare il Mattarellum per decreto. Non se ne fece nulla, anche se a un certo punto il governo Monti venne tentato dall’idea. E tuttavia, qui e oggi, non è certo incostituzionale il Consultellum, non foss’altro perché l’ha scritto la Corte costituzionale di suo pugno.
Restano disarmonie fra Camera e Senato, è vero. Sarebbe meglio metterci rimedio, vero anche questo. Però qualche differenza tra i due regimi elettorali c’è sempre stata, in ogni tempo. Anche nel primo tempo della nostra storia, quando il proporzionale della Camera si sposava con il maggioritario del Senato, dove il 65% dei voti garantiva il seggio nei collegi uninominali. Nel 1948 furono eletti così 15 senatori, poi sempre di meno. Sicché il sistema – di fatto – curvò verso un proporzionale puro, con risultati omogenei nelle due assemblee parlamentari. Magari succederà di nuovo, con un bel risparmio di decreti.