la Repubblica, 10 giugno 2017
Cercas: «Il referendum? Una provocazione destinata al fallimento»
«UN referendum? Impossibile. È chiaro che non si farà». Per Javier Cercas l’annuncio fatto dal presidente regionale Carles Puigdemont di una consultazione per l’indipendenza della Catalogna per il prossimo 1 ottobre (il nuovo Paese adotterebbe la forma di Stato repubblicana), è l’ennesima «provocazione» che non porterà a nulla. «Nessun Paese del mondo riconosce nella propria Costituzione il diritto all’autodeterminazione di una parte del proprio territorio», dice l’autore di Soldati di Salamina e Anatomia di un istante, in queste settimane nelle librerie con il suo ultimo romanzo Il sovrano delle ombre.
Ma se, dopo aver cercato senza successo una soluzione negoziata con lo Stato, gli indipendetisti decidessero di procedere in modo unilaterale, che cosa può accadere?
«Lo Stato ha gli strumenti per bloccare una sfida di questo tipo. E, sia chiaro, senza ricorrere all’uso della forza. Gli indipendentisti possono arrivare a una “dichiarazione unilaterale d’indipendenza”. Che però non avrebbe alcuna efficacia. L’impressione è che stiano facendo il passo più lungo della gamba, e lo sanno. Non dimentichiamo che anche se hanno la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento di Barcellona, hanno ottenuto alle ultime elezioni appena il 47% dei voti».
Perché questa fretta di arrivare a un referendum senza avere la certezza di poter vincere?
«Vogliono tirare la corda per provocare una reazione che crei un caso internazionale. Per esempio: avere una foto in cui si veda la polizia che irrompe in un seggio ritirando le urne sarebbe un modo per cercare di dimostrare al mondo che la Spagna non è un Paese democratico».
Quindi secondo Lei gli indipendentisti cercano di presentarsi come vittime?
«Certo. È quello che ha detto Puigdemont in molti interventi all’estero. A Harvard è arrivato a dire che la Spagna è una democrazia come la Turchia. Cioè che non è una democrazia. E questo francamente è molto difficile da dimostrare».
Però il livello dello scontro, politico e istituzionale, tra Madrid e Barcellona è andato crescendo negli ultimi 5 anni. Che tipo di soluzione vede?
«La mia proposta è che si arrivi a una soluzione tipo il “Clarity Act” alla canadese, che stabilisce le condizioni per avviare negoziati che possano portare alla secessione di una parte del territorio attraverso un referendum. Ma, in questo momento, non pare che possa essere una via praticabile: non la vuole né il governo centrale né quello della Catalogna».
Potrebbe servire a sbloccare la situazione di stallo.
«Però Madrid non la vuole perché potrebbe significare mettere in dubbio l’unità dello Stato. Poniamo che in futuro si delinei una maggioranza chiara, un 70-80%, di catalani favorevoli all’indipendenza: con il “Clarity Act” il governo centrale non potrebbe far altro che garantire il diritto a convocare un referendum. E lo stesso potrebbe avvenire in altre regioni spagnole».
Un’ipotesi da non scartare, vista la rapidità con cui è cresciuto negli ultimi anni il numero di chi in Catalogna si dichiara a favore della secessione.
«Sì, ma come è aumentato può anche calare. Che è quello che sta accadendo in Scozia, o è successo anche nel Québec. E infatti, se i catalani sono contrari alla “via canadese”, è perché sanno di non avere il sostegno sufficiente degli elettori. Perciò vanno avanti con le provocazioni».